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Il fatto
27 Aprile 2026 - 13:40
Il dolore coinvolge l’intera Terra Santa, ma le realtà sul campo non possono essere considerate identiche. A evidenziarlo è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che in una lettera pastorale invita a non fare confronti tra sofferenze, pur sottolineando differenze decisive tra le parti in causa.
Non si può infatti "stilare una graduatoria della sofferenza", ma è necessario riconoscere che "esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato". Per il Patriarca, queste distinzioni implicano anche responsabilità diverse: "Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità". Allo stesso tempo, richiama il bisogno urgente di una guarigione profonda, parlando della necessità di superare odio e "memoria tossica".
Dopo il dramma vissuto a Gaza, l’attenzione si concentra ora sulla Palestina, dove, secondo Pizzaballa, "la situazione si deteriora di giorno in giorno". È proprio qui che "si sta decidendo il futuro del conflitto israelo-palestinese". Il cardinale denuncia un aumento delle violenze legate all’occupazione e alla mancanza dello Stato di diritto, oltre alla crescita continua degli insediamenti. Avverte inoltre che, "se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa".
Nel testo emerge anche una riflessione sull’impatto della tecnologia nei conflitti moderni. Il Patriarca si interroga: "quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte 'per decisione di un algoritmo?'", sottolineando come l’uso dell’intelligenza artificiale apra scenari nuovi e complessi sul piano etico.
In un contesto segnato da forte incertezza, la politica e le istituzioni sembrano incapaci di offrire prospettive durature. Tuttavia, Pizzaballa riconosce il valore di associazioni e movimenti che continuano a operare per costruire alternative, osservando come il fallimento del sistema internazionale abbia almeno riportato attenzione su chi lavora concretamente per la pace.
Rimane però un senso diffuso di disorientamento, con termini come "convivenza", "dialogo", "giustizia", "diritti umani" e "due popoli due stati" che appaiono ormai logorati. Il cardinale denuncia anche la strumentalizzazione dei luoghi santi, che invece di essere spazi di preghiera vengono usati per giustificare violenze: "dovrebbero essere spazi di preghiera" ma spesso "vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo". Un fenomeno che definisce con durezza: "Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo".
Infine, il Patriarca allarga lo sguardo al contesto globale, sostenendo che la crisi in Medio Oriente non è isolata, ma riflette un cambiamento più profondo. La guerra, afferma, è ormai degenerata: "la guerra è diventata oggetto di un culto idolatra" e i civili non sono più solo vittime, ma "diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo".
Anche le grandi potenze, un tempo garanti dell’ordine internazionale, mostrano un volto diverso: "scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici". In questo scenario, conclude, molte istituzioni restano spettatrici, incapaci di reagire a un disordine mondiale sempre più evidente.
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