Nel parlare di Sally Rooney, scrittrice irlandese non ancora trentenne, la stampa anglosassone fa ampio uso del termine “Millennials”, che spesso in Italia impieghiamo erroneamente per chi è nato negli anni Duemila. Mentre nella realtà dovrebbe coincidere con quella generazione di nati tra gli ‘80 e i ‘90 del secolo scorso, che nel nuovo millennio sono adulti o quantomeno alle prese con le difficoltà dell’esserlo.
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Per la Rooney, sorprendentemente, vanno bene entrambe le accezioni, perché sono le voci sia dei giovani sia dei “diversa - mente adulti” che si sentono fortemente nella sua narrazione. Dove, e questo ad alcuni appare singolare, non dominano i social network nelle interazioni, forse perché la scrittrice stessa dice di non farne molto uso, forse perché le parole devono uscire nella forza della loro normalità, non nella costrizione dei post, nella costruzione di ciò che serve per ottenere i “like”.
In “Persone normali” (Einaudi, 19,50 euro) troviamo due ragazzi alle prese con il passaggio dal college all’università, dal piccolo centro dell’Irlanda rurale a Dublino. Connell, figlio della working class, è un ragazzo popolare, centravanti nella squadra della scuola, belloccio e intelligente, che ama la letteratura e insegue una sorta di “dimensione riservata”. Marianne non è ben vista e non ambisce a esserlo. Connell non ha il padre, mai conosciuto: sua madre Lorraine l’ha avuto a 17 anni ed è una giovane forte (e lavora nella casa della famiglia di Marianne) che si confronta anche duramente con il rampollo.
Marianne viene da una famiglia benestante, ma anche lei non ha il padre e il segreto legato ai suoi comportamenti è ciò che ancora oggi la frena, la condiziona, la spaventa. Lei è quella che viene evitata da tutti, che legge Proust da sola nella pausa pranzo. Fra loro nasce un amore da tenere nascosto, da custodire, forse senza una passione dirompente ma con quel senso di comunione, di abbraccio che è ciò che entrambi cercano. Entrambi andranno al prestigioso Trinity College di Dublino, ma fuori dal piccolo paese-microcosmo i loro ruoli si invertiranno, nella “popolarità”, con una narrazione che dura anni e vede partenze e ritorni, l’analisi del mondo, la divisione in buoni e cattivi, sadici e generosi, e poi la riscrittura della classificazione, la scoperta dei grigi tra il bianco e il nero. Ma non si interrompe mai il dialogo. Già quei dialoghi che la Rooney realizza come da moderna tecnica dei narratori anglosassoni, con la naturalezza della parola, la rappresentazione della normalità, tanto anelata perché nessuno vuole sembrare normale per essere amato.
Andrea Monticone
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