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Dopo 50 anni restano i misteri sulla morte dell’editore “rosso”

giangiacomo feltrinelli
La mattina del 15 marzo 1972, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione alla periferia di MilanoLuigi Stringhetti, sceso per portare al passaggio il cane Twist, trova il corpo carbonizzato di un uomo sulla 40ntina. Sul posto accorre un giovane commissario di polizia in carriera, Luigi Calabresi, salito agli onori delle cronache per le sue indagini sulla strage di piazza Fontana. Sul corpo del malcapitato si trovano dei documenti intestati a Vincenzo Maggioni, ma 24 ore dopo si scoprirà che il cadavere del traliccio appartiene invece a Giangiacomo FeltrinelliMarchese di Gargnano, fondatore dell’omonima casa editrice milanese, intellettuale comunista. È una morte assurda, intrisa di domande, inspiegabile. Secondo la prima ricostruzione, Feltrinelli, l’editore che aveva dato alle stampe “Il dottor Živago” e “Il Gattopardo”, sarebbe stato ucciso da un incidente occorso mentre maneggiava un ordigno che avrebbe dovuto, mettendo fuori uso il traliccio dell’Enel, far saltare l’elettricità sabotando il congresso del Pci che avrebbe portato all’elezione di Luigi Berlinguer, come segretario. A riprova delle intenzioni dell’editore ex partigiano, nelle sue tasche vengono ritrovati tre mazzi di chiavi che aprono rispettivamente le porte di tre immobili di Milano, rispettivamente in via Boiardo, via Delfico e via Subiaco, altrettanti covi delle Brigate Rosse . Il particolare delle chiavi, assunto come elemento a favore della tesi dell’attentato finito male, di per sé non convince. Se c’era qualcosa che i brigatisti osservavano religiosamente, era l’estrema riservatezza delle sedi, soprattutto quelle di carcerazione, tanto che nessuno che non fosse direttamente responsabile di quella base doveva essere a conoscenza della sua posizione.
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