Non alza mai la voce, tiene il filo e ricostruisce senza sbavature. «Dovete chiedere a lui, è l’unico a conoscere tutti i codici»: è da quella frase, pronunciata da una collega nei momenti più concitati, che si apre la scena della rapina a Moncalieri, al Banco di Desio di piazza Failla, messa a segno il 21 marzo 2024. I malviventi lo individuano, lo prendono a braccetto e da quel momento è lui a guidarli all’interno della filiale, fino al bottino di circa 60mila euro. L’impiegato lo racconta in aula il 17 aprile, sentito come testimone nel processo a uno dei presunti componenti della banda: imputato un torinese di 48 anni, difeso dall’avvocato Stefano Idem, che respinge ogni accusa, mentre gli altri complici, tutti di origini palermitane, hanno già definito la loro posizione tra patteggiamenti e riti abbreviati anche per un precedente colpo a Osasio. Per un attimo si lascia andare a una battuta, strappando un sorriso: «La collega non è stata molto gentile, poteva anche farsi i fatti suoi», poi torna serio e preciso: «Abbiamo mantenuto la calma, siamo preparati a queste situazioni, bisogna pensare a mettersi al sicuro. È vero che ero l’unico a conoscere i codici, ma non ero troppo spaventato, ascoltavo e facevo quello che mi veniva chiesto per non metterci in pericolo». I ricordi restano nitidi: «Erano in tre, uno a volto scoperto, gli altri due con maschere incollate al viso, con i tratti di un uomo anziano». Lo portano davanti ai dispositivi di sicurezza e lo costringono ad attendere: «Ci sono voluti 45 minuti, c’è un timer che impedisce l’apertura immediata e loro lo sapevano». Tentano anche di arrivare alle cassette di sicurezza, ma senza successo: «Ho spiegato che si aprono solo con le chiavi dei clienti, mi dicevano di non fare il furbo, ma non stavo mentendo e alla fine lo hanno capito». Per portare via il denaro usano uno zainetto preso in filiale, riempiendolo con le mazzette di contanti. Prima di fuggire vogliono chiudere tutti i dipendenti in un ufficio, ma il direttore interviene e prova a negoziare: «Noi non chiamiamo le forze dell’ordine, ma voi lasciateci liberi». La risposta arriva immediata: «Va bene, ma sappiate che vi teniamo d’occhio, attenzione a cosa fate». Poi la fuga, senza caos. Le indagini si concentrano sulle immagini delle telecamere: la banda si muove separatamente per non attirare sospetti, effettua sopralluoghi nei giorni precedenti e dopo il colpo si dilegua a bordo di auto rubate con targhe contraffatte. In aula resta il racconto asciutto del testimone, quello di chi, in quei minuti, ha fatto una cosa sola: evitare che qualcuno si facesse male.
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