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L'oro nero di Torino

L’Oro Nero di Torino: Il Destino a Forma di Barchetta che ha Conquistato il Mondo

Tra bicerin, blocco continentale e la geniale intuizione di Michele Prochet: come la nocciola delle Langhe ha dato vita al Giandujotto torinese

L’Oro Nero di Torino: Il Destino a Forma di Barchetta che ha Conquistato il Mondo

L’Oro Nero di Torino: Il Destino a Forma di Barchetta che ha Conquistato il Mondo

Dalle tazze fumanti dei Savoia al colpo di genio di Michele Prochet: viaggio tra le vie della capitale del cioccolato, dove una crisi diplomatica si trasformò nel capolavoro del Giandujotto.

Se Torino avesse un profumo, sarebbe senza dubbio quello del cacao tostato che si mescola alla fragranza tonda e persistente delle nocciole delle Langhe. Non è solo una questione di palato, ma di DNA. La storia d'amore tra la città della Mole e l'"oro nero" non è nata per caso, ma è un intreccio secolare di nobiltà, blocchi continentali e intuizioni popolari che hanno reso Torino, a pieno titolo, la capitale mondiale del cioccolato.

L’inizio di un idillio reale

Tutto ebbe inizio nella seconda metà del ‘500. Per celebrare il trasferimento della capitale del ducato da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto di Savoia servì simbolicamente alla città una fumante tazza di cioccolata. In quell’epoca, il cioccolato non era un solido da scartare, ma una bevanda aristocratica, un rito di corte che i Savoia avevano imparato ad amare grazie ai legami con la corona spagnola.

Nel 1678, la Madama Reale Giovanna Battista di Savoia Nemours concesse la prima licenza ufficiale per la vendita della cioccolata "in bevanda". Da quel momento, le "merende sinoire" e i salotti sabaudi non furono più gli stessi. Proprio da questa tradizione liquida nacque l’alchimia che ancora oggi sfida il tempo: il Bicerin. Evoluzione della settecentesca bavarèisa, questo "bicchierino" è un’unione stratificata di caffè, cioccolata e crema di latte che i nobili consumavano con la stessa devozione di un rito sacro. Non è un semplice accostamento di ingredienti, ma una stratificazione termica e di consistenze: il calore del cacao denso che si scontra con la fredda morbidezza della panna, mentre il caffè dona quella sferzata d'amaro che pulisce il palato. È il comfort food degli intellettuali, un abbraccio vellutato che ha trasformato i tavolini di marmo dei caffè in veri e propri uffici politici e letterari, dove tra un sorso e l’altro si è fatta la storia d’Italia.

Il Blocco continentale e il miracolo della nocciola

Ma la vera rivoluzione doveva ancora arrivare, e avrebbe avuto il volto di un generale corso e il sapore di un frutto locale. All'inizio dell'Ottocento, il destino del cioccolato torinese subì una brusca deviazione. In quegli anni fu imposto il Blocco Continentale, vietando le importazioni dalle colonie britanniche. Il cacao, merce rara e preziosissima, divenne improvvisamente introvabile o proibitivo.

Invece di arrendersi, i maestri cioccolatieri torinesi aguzzarono l’ingegno. Se il cacao scarseggiava, perché non "allungarlo" con qualcosa che in Piemonte abbondava. La scelta cadde sulla Nocciola Tonda Gentile delle Langhe. Fu l'intuizione del secolo: la nocciola, tostata e finemente macinata, non solo sostituiva parte del cacao, ma ne esaltava il sapore, donando una setosità e un aroma mai provati prima. Era nato l’impasto Gianduja.

Il Giandujotto scende in piazza

Il perfezionamento della ricetta e della forma si deve a Michele Prochet, che insieme a Caffarel, decise di dare a questo impasto una forma iconica: un prisma a base rettangolare che ricordava una barchetta rovesciata. Il debutto ufficiale avvenne durante il Carnevale. La maschera torinese per eccellenza, Gianduja, distribuì per le strade della città questi nuovi cioccolatini, che da lui presero il nome di Giandujotti. Fu una doppia rivoluzione: non solo il sapore era paradisiaco, ma il Giandujotto fu il primo cioccolatino al mondo a essere incartato singolarmente in una lamina dorata, rendendolo igienico, trasportabile e, soprattutto, un oggetto di desiderio.

Un’eredità d’oro e la battaglia per il futuro

Oggi quella "barchetta" avvolta nell’oro non vive solo di ricordi, ma è al centro di una moderna crociata per la tutela della sua identità. La sfida per il riconoscimento dell'IGP (Indicazione Geografica Protetta) del "Giandujotto di Torino" rappresenta l'ultimo capitolo di una saga secolare. È una battaglia di resistenza culturale contro la standardizzazione industriale: da una parte i grandi colossi che puntano a ricette globalizzate, dall’altra i maestri cioccolatieri che difendono l'uso esclusivo della Nocciola Piemonte e un metodo di produzione che rifiuta grassi vegetali estranei.

Passeggiando per via Roma o sotto i portici di piazza San Carlo, l'eredità di Prochet e Caffarel vive in ogni vetrina. Proteggere il Giandujotto significa oggi proteggere un paesaggio, quello delle Langhe, e un saper fare che si tramanda di generazione in generazione. Torino continua a raccontare la sua storia un morso alla volta, ricordandoci che, a volte, le restrizioni più dure (come quelle del blocco continentale) possono portare alle scoperte più dolci e che nel cuore di ogni cioccolatino non c’è solo zucchero, ma il coraggio di chi ha saputo inventare la perfezione.

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