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All’Inalpi Arena

Gabry Ponte: «Il mio show per Torino dove tutto iniziò sulle note di Blue. Gigi Dag? Spero di suonare ancora con lui»

Tutto esaurito per il concerto evento del 2 marzo: «Sono il dj dei record ma ho avuti tanti momenti bui. Solo lo studio mi ha aiutato a risalire...»

Gabry Ponte

Gabry Ponte, classe 1973

Come un bambino il primo giorno di scuola, un adolescente al debutto in consolle. Sono le emozioni di Gabry Ponte, il dj e producer torinese dei record, alla vigilia del grande evento atteso all’Inalpi Arena sabato 2 marzo. Un concerto, anzi no «uno show», come lui stesso tiene a precisare, andato esaurito da mesi, e che per Gabry rappresenta l’incontro con la sua gente, con i suoi fan più stretti, con gli amici di una vita. «Sì, e ci sarà anche la mia bambina - ci racconta alla vigilia della serata con cui festeggerà nella sua Torino i suoi 50 anni anagrafici e i 25 di carriera iniziati con gli Eiffel65 nel 1998 sulle note di “Blue (da ba dee”) - devo fare attenzione a non farla salire sul palco, durante il concerto al Forum di Assago voleva venire a ballare con me…».


Già, perché tra i mille successi di Gabry Ponte - le sue hit hanno conquistato intere generazioni con oltre 3 miliardi di stream globali, oltre 15 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, 2 dischi di diamante, 39 dischi di platino e 22 oro - adesso c’è anche lei, la piccola Alice, nata nel 2021.

Alice, il “platino” più importante...

«Sì, l’arrivo di una figlia è qualcosa di meraviglioso, in realtà non ha cambiato tanto la mia vita dal punto di vista lavorativo, continuo a seguire tutti i miei impegni professionali allo stesso modo di come facevo prima. Ho imparato, però, a organizzare meglio il mio tempo libero per trascorrere ogni minuto con lei. Da quando è arrivata Alice tutto è passato in secondo piano, lei viene prima».


Segue il suo lavoro, ha già capito cosa fa papà?
«Sì, quando provo in casa sta con me, le piace, vuole ballare».

Ma torniamo a sabato: palazzetto sold out e migliaia di fan che non vedono l’ora di ascoltarla. Che spettacolo sarà?
«Uno spettacolo molto atteso anche dal mio punto di vista. La prima di Assago è andata, ed è andata anche molto bene. Torino, però, sarà un’altra cosa, Torino è casa. È la città dove tutto è iniziato grazie a Massimo Gabutti e Luciano Zucchet. Ci saranno anche loro sabato, ci saranno le persone che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui. Il concerto? In realtà si tratta di uno show a cui abbiamo lavorato tanto, non è un djset come quello che propongo nei club, ma uno show. C’è molto visual, ci sono effetti speciali, c’è creatività. Non c’è una vera e propria scaletta, ma momenti studiati per avere una perfetta sincronica tra video luci, show, musica. Il tutto partendo da punti fissi come “Blue”, ovviamente».


Cosa significa iniziare dalla Torino degli anni Ottanta e Novanta a fare musica e diventare l’uomo dei record, un dj e producer famoso in tutto il mondo?
«Sono i risultati di un percorso lunghissimo che però è stato fatto di alti e bassi. Sono stati molti i momenti di down».

Ce ne parli.
«Immediatamente dopo “Blue”, abbiamo fatto un secondo album che però è stato un flop, era brutto. E non sarebbe potuto essere altrimenti, noi eravamo in giro per il mondo ma non in studio a lavorare come si deve. Insomma, non lo abbiamo curato, lo abbiamo fatto uscire perché dovevamo. Lì ho capito che non importa quanto sali in alto, anzi. Più sali, più la botta in faccia fa male. Questi insegnamenti ti aiutano, ti indicano la direzione per migliorare».

Lei e Gigi D’Agostino che, per fortuna, sta tornando a fare musica: in che rapporti siete?
«Gigi è un grande. Lui ha qualche anno più di me, quando ho iniziato andavo a sentirlo nei locali di Torino, era già molto famoso. C’è sempre stata stima artistica reciproca, non siamo amici intimi ma ci siamo conosciuti grazie al lavoro e ci siamo sempre scritti. Ho cercato di stargli vicino durante la malattia, sono contento che sia riuscito ad uscire da un momento tanto buio». 


In passato avete suonato spesso insieme, potrebbe capitare ancora?
«Perché no? Mi piacerebbe, magari l’occasione capiterà».
 

Cosa pensa della musica di oggi, trap, rap, lei che con la sua dance elettronica ha fatto ballare generazioni?
«La trap è l’evoluzione del rap che a sua volta è l’evoluzione dell’hip hop. Così come la dance ha preso dall’house per esempio. Oggi la cosa bella è che le strade si incrociano, io ascolto e prendo, contamino la mia musica anche con la trap così come questa a volte prende la nostra cassa in quattro. La mia musica è frutto di continui studi, sono costretto a rinnovare e cambiare, la tecnologia si evolve velocemente».
 

A questo punto, a sabato: Torino l’aspetta.
«Sento tutto questo affetto e spero di riuscire a ricambiarlo dal vivo».

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