C’è un numero che, più di altri, pesa come un macigno in questa storia: 219 KM ORARI. Non è solo una cifra da tachimetro: è la misura di un impatto, il confine sottile tra la strada e la tragedia, il dato attorno a cui la giustizia prova ora a ricomporre i frammenti della morte di Matilde Baldi.
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Sulla tangenziale di Asti, la Procura ha disposto un esperimento giudiziario: un test sul posto, con il tratto chiuso, per ricostruire la velocità e la dinamica del “bolide” — una Porsche 911 Gt3 — che si è schiantato contro una Fiat 500, lo scorso 11 dicembre. L’obiettivo è uno solo: trasformare ipotesi e ricostruzioni in elementi verificabili, misurabili, contestabili in un’aula di tribunale. Perché quando si parla di velocità, non basta l’impressione. Serve la prova. Serve capire, con precisione, cosa sia accaduto in quei secondi che hanno cambiato tutto. Portandosi via la vita di una ragazza di vent'anni. E con il colosso automotive Volkswagen - che controlla Porsche - che non collabora con le autorità.
Sul posto, durante il test, c’era anche la mamma di Matilde. Una presenza che dice più di molte parole: non solo dolore, ma anche la necessità — quasi fisica — di dare un senso all’assurdo. La sua frase, riportata senza filtri, è un pugno nello stomaco: “Voglio capire cosa è successo”. È una domanda che attraversa molte vicende di cronaca stradale: capire non restituisce chi non c’è più, ma può impedire che la verità resti sepolta sotto la polvere delle versioni contrapposte.
C’è poi un passaggio tecnico che, in casi come questo, diventa decisivo. La Procura aveva chiesto alla casa automobilistica tedesca i codici di accesso alla scatola nera della Porsche: condotta da Franco Vacchina, imprenditore torinese ora ai domiciliari: un dettaglio tutt’altro che marginale, perché quei dati possono chiarire velocità, frenate, accelerazioni, e altri parametri utili a ricostruire l’accaduto. Secondo quanto riportato, l’azienda prima avrebbe detto di sì, per poi tirarsi indietro. Un dietrofront che inevitabilmente solleva interrogativi: quanto può pesare, in un’indagine, l’accesso (o il mancato accesso) ai dati di un veicolo? E quanto è accettabile che un elemento potenzialmente cruciale resti fuori portata proprio quando si cerca di stabilire responsabilità e cause?
Oggi le auto non sono più soltanto lamiere e motori: sono sistemi informatici su ruote. Eppure, quando la tecnologia custodisce la “memoria” di un incidente, la questione non è solo tecnica: è anche di trasparenza e collaborazione. Se la verità passa da un codice, quel codice diventa parte del percorso di giustizia. Nel frattempo, sulla tangenziale di Asti, il test serve a mettere ordine nel caos: a capire se quei 219 Km orari dove il limite è di 90 siano un dato certo, una stima, un elemento da confermare. E soprattutto a ricostruire, passo dopo passo, come una Porsche, pare impegnata a "gareggiare" con un'altra, sia finita contro una Fiat 500, e come in quell’urto sia morta Matilde. Perché alla fine, dietro ogni perizia e ogni rilievo, resta la domanda più semplice e più difficile: si poteva evitare? E perché un colosso industriale dal fatturato miliardario non collabora con le autorità?
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