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L'incontro

Enrico Galiano e l'incontro “Meglio veri che perfetti” ad Alba sabato 31 gennaio

Come il peso delle aspettative adulte sta togliendo il fiato alle nuove generazioni e perché dobbiamo tornare a educare alla libertà

Enrico Galiano e l'incontro “Meglio veri che perfetti” ad Alba sabato 31 gennaio

Esiste un confine invisibile, ma chiarissimo, che divide le scuole medie dalle superiori: il coraggio di alzare la mano. Enrico Galiano, scrittore e insegnante, ha trasformato questa osservazione quotidiana in un segnale d'allarme educativo.

Cosa accade in quel breve volgere di anni? Dove finisce il coraggio di desiderare?

Il palcoscenico di questa riflessione sarà Alba, dove sabato 31 gennaio alle 18, presso la sala Ordet di piazza Cristo Re, Galiano incontrerà la cittadinanza. L'evento, intitolato significativamente “Meglio veri che perfetti”, è promosso dal Consorzio socioassistenziale Alba, Langhe e Roero insieme alle cooperative Alma Rdr e Motiva.

Il titolo non è un semplice gioco di parole, ma una dichiarazione di guerra alla "dittatura della perfezione" che domina il nostro tempo. Viviamo in un'epoca che impone standard impeccabili ovunque: nei voti scolastici, nelle dinamiche familiari e, soprattutto, nell'estetica dei social network. Galiano suggerisce che la perfezione sia in realtà una gabbia dorata che rassicura chi guarda da fuori, ma soffoca chi ci sta dentro, imponendo conformità e il terrore costante dell'errore. E dove c’è paura di sbagliare, il sogno — che è per natura rischio e slancio verso l'ignoto — smette di respirare.

L'esperimento che Galiano ripete tra i banchi di scuola è un segnale d'allarme demografico ed emotivo. Alle medie l'identità è ancora fluida, l'immaginazione è un muscolo allenato. 

Tra il timore di esporsi e sembrare eccessivamente ambiziosi e la sensazione che si debba diventare "qualcuno", misurando il proprio valore solo attraverso traguardi tangibili molti adolescenti imparano che non desiderare è una forma di autodifesa. Se non sogni, non fallisci. Se non alzi la mano, nessuno può colpirla.

Galiano non si limita alla diagnosi, ma scava nelle responsabilità del mondo adulto. Per permettere ai giovani di ricominciare a sognare, è necessario un ribaltamento radicale della prospettiva.

Questo concetto scuote profondamente l'istinto genitoriale. Spesso, infatti, l'amore si trasforma in invadenza e ipercontrollo. Non è una presenza rassicurante, ma una paura adulta mascherata da premura. 

Per illustrare la corretta posizione educativa, Galiano attinge a una suggestiva metafora giapponese: i genitori e gli educatori dovrebbero «rimanere in piedi sull’albero». Da quella posizione elevata si può osservare il sentiero dei figli, si è presenti e pronti a intervenire in caso di reale pericolo, ma non si occupa fisicamente il loro spazio di movimento.

L’errore moderno è scendere da quell'albero e mettersi davanti al figlio, spianandogli la strada o, peggio, indicandogli l'unica direzione ritenuta sicura.

In sala Ordet, la domanda finale rimarrà sospesa nell'aria: preferiamo ragazzi impeccabili ma spenti, o ragazzi vivi che accettano l'imperfezione del sognare? Perché se la perfezione è statica e senza fiato, la vita, con tutti i suoi errori, è l'unico luogo dove i sogni possono ancora fiorire.

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