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7 ottobre 1985

La nave Achille Lauro dirottata
da un commando palestinese

La morte tra i passeggeri e lo scontro tra l’Italia e gli Stati Uniti

La nave Achille Lauro dirottatada un commando palestinese

La nave Achille Lauro

 Il 7 ottobre 1985 era un lunedì. A Göteborg, in Svezia, si intercettò un SOS proveniente da una nave italiana al largo delle coste dell’Egitto, l’Achille Lauro. Era stata dirottata da un commando di quattro terroristi appartenenti al Fronte per la Liberazione della Palestina, in un giorno non era casuale: la ricorrenza della Battaglia di Lepanto. A bordo c’erano 201 passeggeri provenienti da diverse nazioni, pronti a godersi una vacanza di lusso, e 344 uomini di equipaggio. Il 7 ottobre, il terzo giorno di crociera, quattro uomini armati, membri di un gruppo palestinese chiamato "Brigata dei Martiri di Palestina", presero il controllo della nave.

i dirottatori minacciarono l'equipaggio e i passeggeri, sostenendo che il loro obiettivo era attirare l'attenzione internazionale sulla causa palestinese. Subito l’Italia si attivò diplomaticamente coni palestinesi, l’Egitto, la Siria e la Tunisia per mediare ma, mentre il nostro paese – all’epoca guidato da Bettino Craxi – tentava la carta della diplomazia, l’America del presidente Reagan fece sapere che avrebbe perseguito la via che meglio conosceva, quella dell’intervento armato. I giorni erano critici. Durante l'occupazione della nave, i dirottatori presero in ostaggio Leon Klinghoffer, un passeggero americano di 69 anni, paraplegico: fu barbaramente ucciso, gettato in acqua con la sua sedia a rotelle.

Nel mentre, tramite la diplomazia americana e Arafat, si sciolse la vicenda: i quattro dirottatori ottennero un salvacondotto per la Tunisia. Garantiva l’Italia, che aveva dimostrato al mondo la capacità di mediare con il difficile interlocutore arabo. Parallelamente, gli Stati Uniti avevano palesato la loro incapacità di negoziare senza l’uso della forza: è, d’altronde, uno dei tanti difetti di Zio Sam. Ma a Washington decisero di non metterci una pietra sopra. C’era, d’altronde, la vicenda della morte dell’americano Leon Klinghoffer da vendicare.

E così avvenne qualcosa di inaspettato. Il velivolo con i terroristi fu intercettato da alcuni caccia americani e costretto ad atterrare in Sicilia, nella allora base Nato di Sigonella. Si trattava di una palese violazione del diritto internazionale. Gli americani volevano imbarcarli su un aereo e portarli negli Stati Uniti; l’Italia voleva invece processarli nel nostro paese. Sigonella fu dunque teatro di un inedito faccia a faccia tra i carabinieri italiani e le forze americane. La tensione era altissima: era chiaro a tutti che Reagan intendeva scavalcare la sovranità italiana per prelevare i terroristi e portarli in America. Ma non riuscì nel suo piano. Fu un confronto molto duro e teso, inedito nel corso della Guerra Fredda. E l’Italia ebbe la meglio. All’epoca, ci fu un enorme consenso al governo Craxi, da sinistra e destra: la resistenza italiana fu letta come un affioramento dell’orgoglio patriottico, nonostante l’inevitabile crisi politica che susseguì. Fu, d’altronde, la più grave crisi diplomatica mai intercorsa tra il nostro paese e gli States. Ma fu uno scatto di orgoglio nazionale che rimase scolpito nella storia della Repubblica.
Giorgio Cavallo

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