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Fine delle vacanze

Il difficile ritorno alla realtà: cos’è la depressione post viaggio

Oltre la nostalgia del rientro, un disagio sempre più diffuso che mette in luce il malessere della vita quotidiana

Il difficile ritorno alla realtà: cos’è la depressione post viaggio

Per molte persone il ritorno al lavoro dopo una vacanza o anche solo un fine settimana fuori porta non è semplicemente una questione di nostalgia. Non si tratta solo di stanchezza o della classica voglia di restare ancora un po’ lontani dalla routine. Sempre più spesso, il rientro coincide con un vero e proprio crollo dell’umore: apatia, irritabilità, difficoltà di concentrazione e una persistente sensazione di vuoto. Un disagio che negli ultimi anni ha iniziato a essere definito, in modo informale ma sempre più diffuso, depressione post viaggio.

La depressione post viaggio non è una diagnosi riconosciuta nei manuali diagnostici, ma è un’espressione utilizzata in ambito psicologico per descrivere un insieme di sintomi emotivi e cognitivi che compaiono dopo il rientro da una vacanza. Numerose ricerche mostrano come i benefici psicologici del viaggio tendano spesso a dissolversi rapidamente, a volte già nei primi giorni dal ritorno.

Ciò che emerge non è soltanto la tristezza per la fine della pausa, ma un forte senso di contrasto tra la vita vissuta in viaggio e quella quotidiana, percepita come più povera, ripetitiva o frustrante. In alcuni casi compaiono insonnia, calo motivazionale e una marcata difficoltà a reinserirsi nel lavoro e nelle relazioni sociali, soprattutto quando il viaggio ha rappresentato una rottura netta e significativa rispetto alla routine abituale.

Viaggiare fa bene, e questo è scientificamente dimostrato. Tuttavia, perché il viaggio produca un reale beneficio psicologico, è fondamentale che la vita quotidiana non sia già segnata da forti fonti di stress o insoddisfazione. In caso contrario, la vacanza rischia di diventare un semplice anestetico temporaneo.

Tra le principali cause della depressione post viaggio c’è il cosiddetto effetto contrasto: il ritorno improvviso a ritmi serrati, responsabilità e ambienti stressanti rende più evidente un malessere che durante l’anno viene spesso messo a tacere. A questo si aggiungono aspettative emotive sempre più alte: oggi al viaggio si chiede di rigenerare, chiarire le idee, trasformare il modo in cui ci sentiamo. Quando questo non accade – o quando il benessere provato è breve – il rientro può amplificare frustrazione e senso di fallimento.

Non va sottovalutata nemmeno la dimensione sociale. Nell’era dei social network, il viaggio diventa racconto, immagine, confronto. Deve “valere” il tempo e il denaro spesi. Il ritorno, così, non segna solo la fine di una vacanza, ma il rientro in una realtà che appare ancora più distante da ciò che si desidererebbe vivere.

Affrontare questo disagio non significa sforzarsi di essere grati o minimizzare ciò che si prova. Al contrario, è importante riconoscere che il rientro può essere un momento psicologicamente delicato. Gli esperti suggeriscono, quando possibile, di evitare ritorni troppo bruschi e di concedersi uno spazio di transizione tra la fine del viaggio e la ripresa delle attività lavorative.

Può essere utile anche ridimensionare il ruolo del viaggio, smettendo di considerarlo l’unico luogo possibile del benessere. Integrare nella quotidianità piccoli elementi che hanno reso piacevole la vacanza – ritmi più lenti, attività fisica, momenti di disconnessione – aiuta a ridurre il senso di vuoto e a creare continuità emotiva.

Se il malessere persiste per settimane e interferisce con la vita quotidiana, è importante non liquidarlo come una semplice “tristezza da rientro”. In questi casi, un confronto con un professionista può essere fondamentale. Talvolta, infatti, la depressione post viaggio non è il problema in sé, ma il segnale di una fatica più profonda che la vacanza aveva solo temporaneamente messo in pausa.

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