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Lo studio
15 Gennaio 2026 - 20:45
Uno studio rivoluzionario, frutto della collaborazione tra l'Università della California (Irvine) e l'Università dell'East Anglia, ha lanciato un allarme globale sulla stabilità dei delta fluviali. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, analizza 40 dei più importanti sistemi fluviali del pianeta — tra cui il Po, il Nilo, il Gange e il Rio delle Amazzoni — rivelando che questi territori stanno subendo un progressivo abbassamento del suolo, con tassi che variano da meno di un millimetro fino a oltre un centimetro all'anno.
Il motore principale di questo "sprofondamento" è la subsidenza, un fenomeno geologico accelerato in modo determinante dalle attività umane. Nello specifico, l'analisi punta il dito contro l'eccessiva estrazione di acqua dalle falde sotterranee. Questa dinamica sta esponendo a un rischio idrogeologico crescente oltre 236 milioni di persone, che oggi si trovano vulnerabili di fronte alla minaccia delle inondazioni.
Lo studio si distingue per l'utilizzo di tecnologie radar satellitari ad altissima precisione.
Un dato emerge con particolare forza: in ogni singolo delta monitorato, esiste almeno una porzione di territorio che affonda a una velocità superiore rispetto all'innalzamento globale del livello del mare. Robert Nicholls, dell'Università dell'East Anglia, sottolinea come in zone densamente popolate — quali i delta del Mekong, del Chao Phraya e del Nilo — vaste aree stiano letteralmente scomparendo sotto il livello marino a ritmi allarmanti.
Per l'Italia, i risultati sono particolarmente preoccupanti. Il delta del Po figura infatti tra i sistemi fluviali più colpiti a livello mondiale, insieme a giganti come il Mississippi e il Gange-Brahmaputra.
Oltre il 90% dell'area del delta padano è infatti interessata dalla subsidenza e il 74% del territorio sta sprofondando con un ritmo superiore ai 5 millimetri l'anno. Il Po fa parte del gruppo ristretto di 13 delta in cui la subsidenza media supera l’attuale tasso di innalzamento globale dei mari (stimato in circa 4 mm/anno).
La chiarezza fornita da questi dati radar non serve solo a documentare un disastro, ma a definire le priorità d'intervento. Secondo Leonard Ohenhen, primo autore dello studio, comprendere cosa alimenti il rischio di inondazioni è il primo passo per una difesa efficace.
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