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Letto per voi

Il silenzio della steppa e un dodicenne ucciso in "Questa feroce bellezza"

Nel cuore della Murgia, un tenente della Forestale sfida un finto suicidio: verità, vendetta e frontiere spezzate

Il silenzio della steppa: la verità secondo Ian Dabrowski

Un inverno che agghiaccia i polsi, una terra che mostra le ossa al vento e un dodicenne trovato senza vita: così si apre "Questa feroce bellezza" (Einaudi, 19 euro), il romanzo d’esordio di Giuseppe Galliani, che sceglie l’Altopiano Murgiano e la Fossa Bradanica come palcoscenico di una storia tesa e ferita. Il caso viene archiviato in fretta come suicidio. Ma Ian Dabrowski, tenente della Forestale arrivato da un anno in una delle ultime steppe d’Europa, non si accontenta. L’istinto, più del regolamento, gli dice che c’è altro. Da qui prende avvio una ricerca ostinata, ufficiosa, quasi solitaria: un viaggio nella neve e dentro le pieghe di una verità che nessuno sembra avere voglia di guardare.


Il dodicenne Gheorghe Bunget è il centro immobile di una spirale che risucchia tutti: la famiglia spezzata, un fratello accecato dal dolore e dalla sete di vendetta, un territorio che finge indifferenza ma trattiene tracce, impronte, sussurri. Dabrowski non è l’eroe granitico di tanto noir: sbaglia, arretra, insiste; ma proprio in queste incrinature si misura il suo coraggio. Il freddo mette a nudo le cose, e la neve non copre, semmai illumina.



La “frontiera promessa” qui non ha sbarre né dogane: è un miraggio di libertà che attira profughi, affaristi, predatori. Il romanzo mette in scena un’umanità in transito – assassini, peccatori, feriti in cerca di riscatto – e la tensione tra chi scappa e chi rincorre, tra chi sfrutta e chi protegge. Nel mezzo, un potere che tende a semplificare, archiviare, chiudere i faldoni: tutto suicidio, tutto caso, niente responsabilità. Ma la frontiera, quando la guardi da vicino, si rivela per quello che è: una cicatrice.

Da una parte Dabrowski, che cerca giustizia senza promettere salvezza. Dall’altra il fratello di Gheorghe, che ha fretta, che crede nella legge elementare dell’occhio per occhio. Le loro traiettorie si sfiorano, si ostacolano, a tratti coincidono. Galliani li segue con pudore, senza spingerli verso una redenzione forzata: ciascuno paga il prezzo delle scelte, e la verità – quando arriva – non consola. È piuttosto un riconoscimento, duro e necessario, di un ordine profondo che non dipende dagli uomini ma li giudica.

La Murgia e la Fossa Bradanica non sono sfondo: sono una voce. Pietra, vento, silenzio: elementi che plasmano i corpi e i destini. L’idea di “steppa” italiana funziona perché scarta il pittoresco e si concentra sull’essenziale: grandi spazi, linee nette, un orizzonte che non promette ripari. Qui ogni gesto vale doppio, ogni impronta compromette. Il paesaggio è specchio e contropelo della storia: amplifica la durezza, restituisce una bellezza che brucia.

“Un romanzo teso come un crime”, si direbbe: e in effetti il passo è serrato, la costruzione non concede pause compiacenti. Ma l’autore spinge oltre il genere: la lingua, scabra e lucida, cerca una dimora per l’anima più che un effetto di scena. Le frasi alternano secchezza investigativa e lampi lirici; la pagina non si esaurisce nella trama, chiede al lettore di restare, di respirare il tempo lungo della domanda morale. La bellezza, suggerisce Galliani, non è ornamento: è un atto di resistenza.

Dietro la vicenda c’è il nostro presente: confini porosi, comunità in affanno, legalità che fatica a farsi credere. L’indagine ufficiosa di Dabrowski mette il dito nella piaga delle semplificazioni: chiamare suicidio ciò che non si vuole capire. È una denuncia senza proclami, che passa per i corpi e le scelte dei personaggi. Non c’è retorica garantista né giustizialista; c’è la pazienza di un metodo, la fatica di nominare il male senza offrirgli alibi.

Per chi cerca un crime capace di affondare nella sostanza delle cose. Per chi ama i paesaggi che costringono a stare dritti, i personaggi che non chiedono sconti, la scrittura che non fa sconti. Per chi sa che la verità raramente salva, ma a volte basta riconoscerla per evitare di perdersi del tutto. Nell’esordio di Giuseppe Galliani convivono ferocia e grazia: una purezza dura, che riporta i gesti alla loro radice e scarta le scorciatoie del sentimentalismo. È un libro che si legge con il fiato corto e si sedimenta a lungo, come il freddo che entra nelle ossa e poi non sai più quando è arrivato.

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