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L'innovazione
21 Gennaio 2026 - 13:10
In un’epoca segnata da eventi meteorologici sempre più estremi, il cemento non è più una garanzia di sicurezza ma un limite. La risposta a questa crisi arriva dalle cosiddette Sponge Cities (città spugna), un modello di sviluppo urbano basato sulle Nature Based Solutions. Si tratta di strategie che, invece di contrastare la forza degli elementi naturali con barriere artificiali, si ispirano ai processi naturali per risolvere problemi complessi. L'obiettivo è duplice e vitale: da un lato ridurre drasticamente il rischio di inondazioni, dall'altro conservare la preziosa acqua piovana per i periodi di siccità, evitando di disperderla inutilmente nelle reti fognarie e limitando, al contempo, l’inquinamento idrico.
Per la trasformazione di una città in una "città spugna" il primo passo è la sostituzione dei materiali impermeabili. L’asfalto e il cemento lasciano il posto a superfici porose e drenanti, capaci di favorire il deflusso naturale dell’acqua nel sottosuolo. Questo cambiamento non serve solo a gestire le piogge, ma combatte anche l’effetto "isola di calore", ovvero quel surriscaldamento tipico dei centri urbani rispetto alle campagne circostanti. Il panorama urbano si arricchisce così di nuovi elementi tecnologici e naturali come aree di bioritenzione, box alberati, trincee infiltranti e drenanti, bacini di detenzione, zone umide artificiali e sistemi di infiltrazione profonda collegati a cisterne e serbatoi di accumulo.
Sebbene l'Europa abbia iniziato a parlarne recentemente come strumento di riqualificazione ambientale e sociale, il concetto di città spugna ha una paternità precisa: quella di Kongjian Yu. Professore presso il College of Architecture and Landscape dell'Università di Pechino e fondatore dello studio Turenscape, Yu è un pioniere dell'urbanistica resiliente. Già nel 2003 propose questo approccio al governo cinese, che lo adottò come politica nazionale ufficiale nel 2013. Nonostante le difficoltà iniziali e le sfide poste da eventi climatici estremi, i risultati in Cina iniziano a vedersi. Città come Sanya, Haikou e Pechino hanno dimostrato una resistenza superiore alle piogge intense degli ultimi anni, riportando danni sensibilmente inferiori rispetto alle tragiche alluvioni che colpirono l’area nel 2012.
La visione di Yu non si ferma ai confini urbani, ma abbraccia l'intero sistema idrico globale. L'ambizione è quella di arrivare a un vero e proprio "pianeta spugna". Questa filosofia sta conquistando il mondo: lo studio di Yu è già al lavoro su progetti ambiziosi come il Benjakitti Forest Park a Bangkok, e ha avviato collaborazioni a Parigi, Città del Messico, Abu Dhabi, Kazan, ricevendo manifestazioni di interesse persino da India e Brasile.
In Europa, i casi di successo sono già realtà consolidate. Rotterdam, attraverso la sua Climate Change Adaptation Strategy, sta lavorando per restituire all'acqua gli spazi che un tempo erano occupati dai canali e che erano stati sacrificati a strade e parcheggi. Copenaghen ha lanciato un piano ventennale che include bacini di raccolta innovativi, mentre Barcellona si affida a un sofisticato sistema sotterraneo di accumulo, gestito da una rete di telecontrollo con sensori e stazioni di pompaggio all'avanguardia.
Anche l’Italia sta facendo la sua parte con il progetto Città Metropolitana Spugna, un piano che coinvolge Milano e i comuni della sua fascia urbana con ben 90 interventi di riqualificazione. L’iniziativa, promossa dal Gruppo CAP e dalla Città Metropolitana di Milano, gode di un co-finanziamento del PNRR di 50 milioni di euro e vede già 32 cantieri operativi. Gli obiettivi previsti: 300.000 m² di nuove superfici verdi e permeabili, la messa a dimora di 2.000 alberi e 32.000 arbusti con un risparmio energetico stimato in 126.000 kWh all'anno.
Come evidenziato da Yuri Santagostino, presidente di Gruppo CAP, la sfida oggi è culturale: è necessario passare da una logica riparativa, che interviene dopo il danno, a una logica preventiva, investendo in infrastrutture capaci di assorbire l'impatto del cambiamento climatico prima che si trasformi in catastrofe.
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