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Chi era Vittorio “King” Corona, padre di Fabrizio e giornalista che ha segnato Milano e la moda

Dalla Sicilia alla tv e all’editoria, uomo di principi e innovatore, ricordato da Travaglio come esempio di giornalismo autentico

Chi era Vittorio “King” Corona, padre di Fabrizio e giornalista che ha segnato Milano e la moda

C’è un momento, nella docuserie Netflix “Io sono notizia”, che spiazza più di mille confessioni urlate. Marco Travaglio, solitamente lucido fino alla durezza, si ferma. Gli occhi si inumidiscono. Il nome che pronuncia non è quello di Fabrizio Corona, ma quello di suo padre: Vittorio Corona. E in quella breve incrinatura emotiva emerge una storia che l’Italia ha scelto di archiviare troppo in fretta.

«Essere ricordato solo come il padre di Fabrizio è una sconfitta del nostro sistema», dice Travaglio. Una frase che pesa come una sentenza sullo stato del giornalismo italiano. Perché Vittorio Corona non è stato una comparsa, né una figura marginale: è stato un innovatore, un direttore visionario, un uomo che ha attraversato Sicilia, Milano, editoria, moda e televisione senza mai rinunciare alla propria schiena dritta.

Il padre, l’esempio, la frattura

Fabrizio Corona lo ha ripetuto più volte, anche negli studi di Verissimo: crescere accanto a Vittorio significava convivere con l’idea del padre impeccabile. Un professionista «incorruttibile», un giornalista che non accettava imposizioni e che non si piegava al potere economico o politico. «Un esempio di vero giornalismo», lo definiva il figlio, contrapponendo quell’etica alla propria vita fatta – parole sue – di errori e scelte sbagliate.

Il loro rapporto, però, si è incrinato nel momento peggiore. Quando Fabrizio annunciò l’arresto imminente ai tempi di Vallettopoli, Vittorio – già gravemente malato – reagì con rabbia e dolore. Solo sul letto di morte arrivò una riconciliazione silenziosa, suggellata da un sorriso. Dopo la scomparsa del padre, il figlio avrebbe detto: «Sono entrato nello stesso sistema che lo ha distrutto, con un solo obiettivo: distruggerlo dall’interno».

Dalla Sicilia a Milano: nascita di un “King”

Nato il 9 maggio 1947, cresciuto in una famiglia di giornalisti, Vittorio Corona si laurea in Filosofia a Catania e muove i primi passi a La Sicilia, dove diventa rapidamente capocronista. Ma il suo destino è altrove. Milano lo chiama, e lui risponde entrando in Rizzoli, nel cuore pulsante dell’editoria italiana.

Qui costruisce una carriera che oggi sorprende per ampiezza e coerenza: Novella 2000, Annabella, Amica. È la stagione della Milano da bere, delle redazioni che si intrecciano con passerelle, fotografi e creativi. Vittorio capisce prima di altri che la moda non è solo estetica, ma narrazione popolare.

Riviste, stile e rivoluzioni

Nel 1983 fonda “Moda”, un mensile che diventa immediatamente un punto di riferimento. Ma è nel 1988 che azzarda davvero, lanciando “King”, rivista maschile fuori da ogni schema: formato maxi, copertine con Charlie Chaplin, Paolo Villaggio, Nino Frassica, ironia colta e zero machismo tossico. Un progetto elegante, intelligente, oggi quasi impensabile.

Secondo nss magazine, Vittorio era «il cuore irrequieto di quella Milano», capace di coniugare rigore editoriale e ironia tagliente. Portò la moda verso il grande pubblico, anticipando il dialogo tra carta stampata e televisione, mentre figure come Franca Sozzani e Fabrizio Lucchini ridefinivano il linguaggio dell’immagine.

L’esperienza Fininvest e lo scontro con Fede

Nel 1991 approda a Studio Aperto, chiamato da Emilio Fede e nominato vicedirettore. Ma l’esperienza dura poco. Tra i due corre una distanza culturale enorme: da una parte l’idea di un’informazione autonoma, dall’altra la normalizzazione del servilismo televisivo. Vittorio lascia nel 1993, rinunciando a un ruolo che avrebbe voluto trasformare radicalmente.

Subito dopo entra a La Voce di Indro Montanelli, quotidiano di cui cura il progetto grafico e concettuale. Fotomontaggi in prima pagina, impaginazione moderna, linguaggio diretto: Montanelli se ne innamora e approva tutto. Anche dopo la chiusura del giornale, Corona continuerà a sognarne il ritorno in edicola.

Travaglio, Fabrizio e ciò che non vide

È proprio a La Voce che Vittorio conosce Marco Travaglio, che lo ricorderà come un uomo appassionato e coerente. Tra i legami col figlio, oltre al sangue, ci sono la curiosità per le notizie e il mondo dello spettacolo. Vittorio soprannominava Fabrizio “Dillinger” e fu lui a presentargli Lele Mora, aprendogli le porte dell’ambiente televisivo.

Un paradosso crudele, però, accompagna questa storia: Vittorio Corona non ha mai visto il Fabrizio pubblico, quello scandaloso, ossessivo, mediatico. È morto il 24 gennaio 2007, a 59 anni, prima che il figlio diventasse il personaggio che oggi polarizza l’opinione pubblica.

Un nome che riemerge dal silenzio

Oggi, cercando informazioni su Vittorio Corona, si trova poco. Troppo poco per un professionista che ha contribuito a cambiare il linguaggio della moda e del giornalismo. In un’epoca in cui il web è saturo di opinionisti urlanti e polemiche effimere, la sua assenza digitale è quasi un’ingiustizia simbolica.

Forse è proprio questo il punto più amaro: il talento sobrio non fa rumore, e quindi viene dimenticato. Ma quella lacrima di Travaglio, inaspettata e autentica, ha riaperto una porta. Dietro c’è la storia di un uomo che non si è mai piegato. E che merita di essere ricordato non come “il padre di”, ma come Vittorio “King” Corona.

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