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L’intelligenza artificiale sta già cambiando il lavoro (ma non come pensiamo): il vero rischio riguarda i giovani

Una ricerca di Anthropic mostra che l’intelligenza artificiale utilizza oggi solo una parte delle sue capacità teoriche, ma sta già riducendo le opportunità nei lavori entry-level, soprattutto per i 22-25enni. Secondo Dario Amodei, fino al 50% delle posizioni junior nel terziario potrebbe scomparire entro cinque anni

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il lavoro (ma non come pensiamo): il vero rischio riguarda i giovani

Negli ultimi giorni Anthropic, l’azienda che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude AI, ha pubblicato una ricerca che prova a misurare l’impatto reale dell’AI sul mercato del lavoro. Lo studio, firmato dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory, introduce una nuova metrica chiamata “observed exposure” (esposizione osservata), che combina le capacità teoriche dei modelli linguistici con i dati di utilizzo effettivo da parte dei professionisti.

L’analisi mostra un forte divario tra ciò che l’AI potrebbe fare e ciò che viene realmente utilizzato sul lavoro. Nel settore Business & Finance, per esempio, l’AI potrebbe teoricamente svolgere il 70-75% delle attività, ma oggi copre solo il 10-15% dei compiti reali. Nel campo Computer & Matematica la capacità teorica arriva al 94%, mentre l’utilizzo effettivo si ferma intorno al 33%. Nei ruoli amministrativi e d’ufficio il potenziale è vicino al 90%, ma l’uso reale resta intorno al 10-15%.

La metrica distingue, inoltre, tra automazione completa, quando l’AI svolge un compito autonomamente, e uso aumentativo, quando supporta il lavoro umano. Nel complesso, l’impatto osservato è ancora una frazione del potenziale tecnologico.

Tra le professioni oggi più esposte figurano programmatori informatici (74,5%), operatori di customer service (70,1%), addetti all’inserimento dati (67,1%), specialisti in cartelle cliniche (66,7%) e analisti di ricerche di mercato (64,8%). Al contrario, lavori come cuochi, meccanici, bagnini e baristi risultano per ora praticamente non esposti.

I dati indicano che l’AI non sta ancora eliminando intere professioni, ma sta trasformando molte attività interne ai lavori esistenti. L’esposizione è maggiore tra lavoratori più anziani, donne (+16%), professionisti con salari più alti (+47%) e persone con livelli di istruzione elevati: tra i lavoratori più esposti, il 17,4% possiede una laurea magistrale o un dottorato, contro il 4,5% del gruppo meno esposto.

Un segnale particolarmente rilevante riguarda, però, i giovani tra i 22 e i 25 anni: dal 2022 le nuove assunzioni nelle occupazioni più esposte all’AI sono diminuite del 14%, mentre restano stabili nei lavori meno esposti. L’automazione colpisce, infatti, soprattutto attività tipiche dei ruoli junior, come preparazione di report, analisi preliminare dei dati e sintesi documentale, riducendo così le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro.

Nel frattempo Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha pubblicato un saggio in cui definisce quella in corso la rivoluzione tecnologica più rapida della storia. Secondo le sue previsioni, fino al 50% dei lavori entry-level nel settore terziario potrebbe scomparire nei prossimi 1-5 anni, con il rischio di una crescente concentrazione della ricchezza e della formazione di una nuova sottoclasse di lavoratori con salari molto bassi o senza occupazione.

Il nodo principale, secondo Amodei, è la velocità del progresso dell’AI, molto più rapida rispetto alle rivoluzioni tecnologiche del passato. Per questo motivo la transizione verso un’economia sempre più automatizzata potrebbe risultare più difficile e dolorosa di quelle già vissute in precedenza.

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