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La politica
23 Marzo 2026 - 23:26
Negli ultimi mesi, tra strafalcioni di comunicazione a destra e a manca, era diventato più che semplice referendum, ma un campo di battaglia politico.
E il suo verdetto - che a Torino appare dalle prime ore molto chiaro - accende subito lo scontro sulle interpretazioni.
In Piemonte il No vince con il 53,5%, ma è Torino a imprimere la svolta decisiva: sotto la Mole il dato sale fino a sfiorare il 65%, con uno scarto che pesa e orienta l’intero risultato regionale.
E già dopo i primi spogli, i toni si fanno politici.
Il sindaco della città Stefano Lo Russo - schierato in favore del No sia come vicepresidente Anci che come esponente del Partito Democratico - pur mantenendo la linea istituzionale, non rinuncia a marcare il punto: parla di “scelta netta” e di torinesi che hanno espresso “dubbi su una riforma non convincente”, rivendicando “l’importanza degli equilibri della Costituzione”.
Sul fronte opposto, il presidente della Regione Alberto Cirio che, sulla sponda del Sì in quanto vicesegretario nazionale FI, abbassa i toni: “Il primo dovere è rispettare il voto”, dice. Nessuna lettura politica, lo aveva ribadito insieme al senatore FI Roberto Rosso pochi giorni prima del voto, quando era partito alla volta di Milano per il convegno nazionale a bordo della “Freccia del Sì”: “Non sarà una ‘spallata’ al governo, indipendentemente dal risultato”. Ma la convinzione resta: la riforma, dice ancora Cirio, era “utile al Paese”.
Roberto Rosso, insieme al segretario cittadino azzurro Marco Fontana, invita a non archiviare il tema: la bocciatura “non cancella le esigenze di modernizzazione”, avverte.
Più tranchant, invece, la lettura del centrosinistra, che gongola e festeggia il risultato incassato. Per il segretario regionale Pd Domenico Rossi il messaggio è chiarissimo: “Il Governo non ha la maggioranza nel Paese”. Non un semplice referendum, dunque, ma una prova generale in vista del 2027 (sia per le Politiche che per le Comunali). Occasione ghiotta di “bocciatura dell’operato del Governo”, anche per i consiglieri regionali M5S Sarah Di Sabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio.
Mentre ancora più esplicito il fronte rosso-verde, con Marco Grimaldi che esulta: “Il No ha vinto contro la legge del più forte e contro i pieni poteri”. E Alice Ravinale, capogruppo Avs, che affonda: “Anche il Piemonte è contendibile”.
Nel coro si inserisce pure la consigliera dem Gianna Pentenero, che sposta il focus: più che il merito, conta la partecipazione. “Quando si toccano i valori fondanti, i cittadini rispondono”.
E poi c’è la voce della società civile, che rivendica un pezzo di vittoria. Flavia Panzano, coordinatrice del Comitato per il No di Piemonte e Valle d’Aosta parla di un risultato costruito “senza mezzi, solo con passione”, e diventato, così, “una marea”.
Dall’altra parte, la maggioranza prova a salvare il terreno dove ha tenuto. Il senatore Giorgio Maria Bergesio guarda ai territori: “In tanti ci credono, la provincia di Cuneo lo dimostra”. Una linea difensiva che punta a evitare la lettura nazionale della sconfitta. Per il rappresentante cittadino Udc Mino Giachino questo voto mette all’erta il Paese: “Occorre recuperare toni più moderati, maggiore competenza, difendere maggiormente l’industria e il lavoro”, dice.
Insomma, per il centrosinistra è un voto politico, una bocciatura del governo e un segnale in vista delle prossime elezioni. A destra un passaggio democratico da rispettare, ma che lascia intaccato il consenso, e la tenuta della maggioranza di Giorgia Meloni. In mezzo, un dato che nessuno contesta davvero: l’affluenza alta, inattesa, fuori scala rispetto agli ultimi anni. E forse, al netto delle scaramucce politiche, è proprio questo l’elemento che più deve far riflettere.
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