Cerca

Editoria & Politica

Gedi in (s)vendita: non ci sono solo i giornali di Elkann

Il sottosegretario Barachini in audizione alla Camera chiede una riforma che tuteli i piccoli editori e disciplini i Big Tech

Barachini alza l’asticella: pluralismo vero e regole per i giganti del web

A quanto pare ci voleva il pianto e stridor di denti - altamente motivato, peraltro - dei colleghi delle testate degli Agnelli/Elkann perché anche nella politica ci si accorgesse di una cosa: Houston, abbiamo un problema! L'editoria, soprattutto quella indipendente, ha un problema. E lo evidenziano le parole del sottosegretario all'Editoria, Alberto Barachini, in audizione alla Commissione Cultura della Camera. L'editoria ha un problema e, dunque, basta tagli di natura "ideologica" e attenzione ai colossi Big Tech, accusati di drenare risorse senza contribuire realmente alla produzione di informazione.

«Va riaffermato il ruolo della stampa libera, indipendente e pluralista» ha detto Barachini, spiegando che l'attesa e necessaria riforma dell'editoria non nascerà sull'onda dell'emergenza né guarderà solo alle grandi testate nazionali. «Dobbiamo proteggere l'intero ecosistema informativo», ha detto, indicando nelle testate locali il primo presidio di democrazia nei territori. Un messaggio che intercetta l'allarme di chi vede, nelle difficoltà dei piccoli editori, il rischio di veri e propri “deserti informativi”, come evidenziato anche su Editoria.tv da Enzo Ghionni.

Ciò che va superato è il modello Crimi, ossia l'impostazione dell'ex sottosegretario che di fatto penalizzava cooperative e realtà non profit. «Una necessaria inversione di rotta», l'ha definita Barachini, ribadendo che il pluralismo non può essere «a geometria variabile». Quindi, basta con soluzioni che favoriscono smaccatamente le grandi testate, come gli aiuti in periodo Covid basati sui costi della carta che, bilanci alla mano, hanno fruttato per esempio al gruppo Gedi 6,7 milioni di euro sotto forma di crediti d'imposta.

Lo stesso gruppo che oggi è al centro di trattative che potrebbero portare, per la prima volta, una testata italiana, ossia Repubblica, sotto controllo straniero, con il gruppo Antenna degli armatori greci Kyriakou. Mentre per La Stampa la trattativa meglio avviata è con il gruppo Nem, del nordest, ma con inserimenti in corsa per esempio di Sae di Alberto Leonardis, che già anni fa acquistò la Nuova Sardegna e altre testate proprio da Gedi. O di Salvatore Palella, l'imprenditore fintech italoamericano che ha rilevato La Sicilia. Il tutto con lo stato di agitazione permanente dei dipendenti delle testate, che chiedono garanzie occupazionali, e che hanno contestato - in particolare alla festa per i 50 anni di Repubblica - l'editore John Elkann, accusato di voler smembrare il patrimonio editoriale.

Un patrimonio editoriale che, a detta di molti, a cominciare da Carlo Calenda, è servito per lungo tempo a mediare certe informazioni e a "coprire" il disimpegno industriale degli eredi Agnelli. Mentre poco ha potuto sul fronte gossiparo-giudiziario che riguarda le inchieste - e l'incombente processo - per l'Eredità Agnelli.

Di queste trattative ha parlato il sottosegretario, a fronte degli interventi e delle domande di Chiara Appendino, Antonio Caso, Alessandro Amorese, Irene Manzi, Rosaria Tassinari ed Elisabetta Piccolotti, interventi nel corso dei quali si è invocato il Golden Power, riservato alle imprese strategiche. Ma - il sottosegretario ha, in questo, tenuto una necessaria lezione giuridico-politica agli onorevoli - inapplicabile in questo caso. Il governo ha poteri limitati, potendo piuttosto vigilare sulla trasparenza dell'operazione. Dunque, una riforma dell'editoria è necessaria per tutelare l'informazione e non solo i giornalisti di Gedi.

E si è aperto, finalmente, il fronte del rapporto con i Big Tech. «Le piattaforme drenano risorse senza contribuire alla produzione dell'informazione, agendo in modo parassitario», ha scandito Barachini. Un'accusa che intercetta un tema globale: la profilazione algoritmica orienta visibilità e accesso ai contenuti, incidendo sul dibattito pubblico in maniera opaca. Il sottosegretario parla di “controllo indiretto dell'opinione pubblica” e invoca regole per garantire equità, trasparenza e concorrenza. Tra le leve discusse nel dibattito pubblico ci sono remunerazione dei contenuti editoriali, maggiore trasparenza sugli algoritmi e un quadro che eviti pratiche dominanti nei mercati pubblicitari.

E Barachini ha rivendicato un'attenzione strutturale per i giornali di provincia, i siti iperlocali - come è anche il nostro, le radio e le tv di comunità: «Spesso dimenticate», ma essenziali nel dare voce a chi vive fuori dai grandi centri e nel vigilare su amministrazioni e servizi pubblici. Un ecosistema che non può essere schiacciato tra crisi dei ricavi e modello digitale basato su intermediazione e raccolta dati.

Il banco di prova sarà trasformare i principi in norme efficaci: sostenere chi produce informazione verificata, valorizzare il lavoro giornalistico, responsabilizzare i colossi del web sugli impatti che generano. La sfida, ha ricordato Barachini, riguarda la qualità della democrazia: senza pluralismo, l'opinione pubblica rischia di essere filtrata da logiche commerciali che nulla hanno a che vedere con l'interesse generale.

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Logo Federazione Italiana Liberi Editori L'associazione aderisce all'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria - IAP vincolando tutti i suoi Associati al rispetto del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale e delle decisioni del Giurì e de Comitato di Controllo.