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La storia
18 Febbraio 2026 - 16:40
Il 27 gennaio 1861 gli italiani sono chiamati alle urne per eleggere i rappresentanti del nuovo Stato unitario. È la prima consultazione politica della storia nazionale e si svolge in 443 collegi distribuiti lungo tutta la penisola. Il diritto di voto, però, è riservato a una minoranza: possono partecipare soltanto uomini sopra i venticinque anni che sappiano leggere e scrivere.
Su oltre 418 mila aventi diritto, votano circa 240 mila cittadini, poco più della metà. Un dato che racconta bene quanto il suffragio fosse ancora limitato e lontano dall’idea moderna di partecipazione democratica.
Un elemento curioso emerge dall’analisi dei risultati: l’affluenza è più alta nel Mezzogiorno, in particolare in Sicilia, mentre nelle regioni settentrionali si registra una partecipazione inferiore. Un dettaglio che contraddice l’idea, spesso diffusa, di un Sud politicamente passivo nei primi anni dell’Unità.
In totale vengono eletti 443 deputati e oltre 300 risultano legati all’area governativa. La nuova assemblea si presenta, dunque, con una forte impronta moderata, in linea con l’indirizzo politico della monarchia sabauda.
Il primo Parlamento del Regno non è certo uno specchio fedele della società italiana. Tra i deputati prevalgono avvocati, medici, industriali, banchieri, ingegneri, ufficiali e magistrati. Non mancano sacerdoti e giornalisti. Tra i nomi più noti spicca quello di Giuseppe Verdi, simbolo culturale del Risorgimento oltre che celebre compositore. Tuttavia, come osservò polemicamente qualcuno all’epoca, in quell’aula si trovava “di tutto, tranne il popolo”: la maggioranza degli italiani restava esclusa dalla rappresentanza politica.
Poche settimane dopo le elezioni, il 18 febbraio, Torino, prima capitale del Regno, si veste a festa. Le bandiere tricolori con lo stemma dei Savoia sventolano sugli edifici pubblici mentre una folla numerosa accompagna l’arrivo di Vittorio Emanuele II a Palazzo Carignano, sede dell’assemblea.
L’atmosfera ufficiale è solenne, ma dietro le quinte i rapporti tra i protagonisti del Risorgimento sono tutt’altro che distesi. Camillo Benso, conte di Cavour e il sovrano diffidano di Giuseppe Mazzini, mentre Giuseppe Garibaldi non nasconde la propria ostilità verso il primo ministro. Anche tra re e Cavour non manca una certa tensione personale, nonostante la collaborazione politica.
Quel giorno, però, le rivalità vengono accantonate. Il re legge davanti ai deputati il discorso della Corona, redatto dallo stesso Cavour, ricevendo applausi da un’aula dominata dai moderati. È un momento altamente simbolico: il nuovo Stato prende forma anche attraverso il rito parlamentare.
Dopo la seduta inaugurale, la corte organizza un banchetto ufficiale con parlamentari, ministri e rappresentanti stranieri. In un clima insolitamente disteso, sovrano e primo ministro si concedono una passeggiata nei saloni della reggia, commentando con soddisfazione la portata storica dell’evento.
La giornata si conclude con fuochi d’artificio che illuminano il cielo torinese. Per Cavour, convinto sostenitore del sistema parlamentare, è il coronamento di anni di strategia politica e diplomatica.
Il nuovo Regno d’Italia è appena nato e porta con sé entusiasmi, ambizioni e profonde contraddizioni. La rappresentanza è ancora ristretta, le divisioni tra i protagonisti evidenti, ma da quel febbraio 1861 prende ufficialmente avvio la vita parlamentare italiana.
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