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Curiosità

Se non dici "neh" o non "balzi" gli appuntamenti, sei davvero di Torino? Viaggio tra i tic linguistici e le curiosità della lingua sabauda

Dall'imprecazione del Boia alla nobiltà dei dehors: ecco come la storia e il dialetto hanno creato un modo di parlare unico

Se non dici "neh" o non "balzi" gli appuntamenti, sei davvero di Torino? Viaggio tra i tic linguistici e le curiosità della lingua sabauda

Se metti piede sotto la Mole, ti accorgi presto che l'italiano parlato all'ombra dei toret ha un sapore tutto suo. Non è solo questione di accento ma di una vera e propria intelaiatura logica che poggia sul piemontese e si mescola a prestiti francesi e storiche abitudini.

Una delle prime cose che impara uno studente a Torino è che la scuola non si marina semplicemente: si taglia o, con un termine diventato ormai egemonico, si balza. Sebbene in italiano il balzo suggerisca uno slancio atletico per un torinese è l'emblema della disinvoltura. Si può "balzare" una lezione, un invito a cena o l'ennesima fetta di torta se si è già sazi. In quest'ultimo caso entra in gioco il bom, un intercalare magico che mette un punto fermo a qualsiasi situazione. Dire "Io bom" durante un pasto comunica con garbata risolutezza che non si desidera altro. È il sigillo finale, spesso accompagnato da un sospiro disilluso (E bom...) che chiude discorsi rimasti in sospeso.

C'è poi la questione del cicles. Mentre nel resto d'Italia si masticano gomma o chewing-gum, a Torino esiste solo il cicles. Il termine è un omaggio alla storia industriale: deriva dalla marca Chiclets che a sua volta prendeva il nome dal chicle, la resina naturale estratta dalle piante centroamericane. È un tipico caso di marchio diventato nome comune, un po' come accade con lo Scotch o la Moka. Se invece qualcosa va storto, il torinese non scomoda il divino ma esclama Boja Fàuss. Questa espressione affonda le radici in un passato oscuro, legato alla figura del boia, il funzionario delle esecuzioni capitali che, comprensibilmente, non godeva di grande simpatia tra il popolo e veniva tacciato di essere falso.

La vicinanza con la Francia ha lasciato tracce indelebili. Nessun torinese chiederebbe mai di sedersi ai "tavolini all'aperto": si siede nel dehors. È una parola che dà subito un tono più elegante alla sosta al bar. Allo stesso modo, l'influenza del dialetto ha creato dei veri mostri grammaticali che però, in Piemonte, hanno persino dignità letteraria. Il celebre solo più, usato in contesti come "Ho solo più dieci euro", è tecnicamente un errore, una sovrapposizione di avverbi che però descrive perfettamente una condizione di esaurimento imminente. Persino giganti della letteratura come Cesare Pavese o Primo Levi non sono riusciti a farne a meno nelle loro opere.

Il saluto torinese è rapido e pragmatico. Il classico "Come stai?" viene spesso sostituito dal fulmineo Com'è?. Se tutto procede nel verso giusto, la risposta definitiva sarà sempre Va bin. È molto più di un semplice "va bene": è una conferma di intesa, un modo per dire che siamo sulla stessa lunghezza d'onda senza troppi giri di parole. A chiudere ogni frase, quasi come un segno di punteggiatura vocale, c'è l'immancabile neh, il "vero?" sabaudo che cerca conferma nell'interlocutore.

Per capire davvero la parlata tipica torinese bisogna guardare anche alle costruzioni verbali. Oltre al citato "fare che + infinito" (es. faccio che andare), un torinese doc userà spesso il verbo osare in un modo tutto suo. Invece di chiedere "Ti posso disturbare?", chiederà Oso?, trasformando un verbo impegnativo in una formula di cortesia estrema e quasi d'altri tempi. Un'altra curiosità riguarda il servizio. In Piemonte, il "servizio" non è solo quello al ristorante ma è il termine generico per indicare una commissione o una faccenda da sbrigare. E se sentite qualcuno dire che una cosa è cincillata, non sta parlando di pellicce: nel gergo più verace, significa che quella cosa è stata fatta male, in modo approssimativo. Infine, c'è il colore fiammante che non indica necessariamente qualcosa che brucia, ma qualcosa di estremamente nuovo, lucido, appena scartato, che sia una maglietta o un'automobile.

Il linguaggio torinese riesce a essere estremamente sintetico eppure incredibilmente descrittivo: un neh per cercare complicità, un oso? per entrare in punta di piedi nella vita altrui o un cincillato per criticare un lavoro fatto male con un pizzico di stizza. Imparare a usare correttamente un bom o a sedersi con disinvoltura in un dehors significa, in fondo, entrare in sintonia con lo spirito autentico di Torino, fatto di discrezione, eleganza e quella punta di malinconia tipica di chi sa che, alla fine, l'importante è che tutto vada bin.

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