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Dietro al progetto ci sono Stefano Atzeni e Luisa Nobile, coppia nella vita e nel lavoro, con percorsi diversi ma complementari. Stefano è partito dalla Sardegna e ha costruito la sua esperienza tra Italia, Francia e Piemonte, lavorando in ristoranti di livello e approfondendo anche la cucina giapponese in uno dei locali più noti della regione. Luisa, invece, ha avuto un rapporto più diretto con il Giappone: ha lavorato in piccoli ristoranti nipponici e ha vissuto un’esperienza formativa nel Paese, entrando in contatto con una dimensione domestica della cucina. A Kyoto ha incontrato un’anziana donna che le ha trasmesso ricette di famiglia, quelle custodite nelle case, non nei ristoranti.

Il menù segue una linea chiara: pochi piatti, scelti. Il tonkatsu è uno dei più rappresentativi: cotoletta di maiale spessa, panata con panko, fritta con precisione e servita con riso e salsa dedicata. L’unagi sando è uno di quei piatti che non si trovano facilmente in città: anguilla grigliata e glassata con salsa kabayaki, inserita in un pane morbido appena tostato.

Il sushi c’è, ma non è il centro della scena. Nigiri, maki, sashimi: una proposta essenziale, senza derive fusion, che punta sulla materia prima e sulla tecnica. I gyoza seguono la stessa logica: base croccante, parte superiore morbida, ripieno equilibrato tra carne, cavolo e zenzero. Interessante anche la presenza di piatti meno diffusi nei ristoranti giapponesi torinesi. Le korokke, crocchette di patate e carne fritte nel panko, sono un esempio concreto di comfort food nipponico. La poteto sarada, insalata di patate in versione giapponese, più cremosa e delicata, racconta invece la cucina quotidiana, quella che raramente arriva nei menù italiani. E poi ci sono i dolci. Il taiyaki, con la sua forma a pesce, porta in tavola lo street food giapponese più autentico. La japanese cheesecake gioca sulla leggerezza: soffice, ariosa, lontana dalle versioni più dense a cui siamo abituati.

Akaiito è anche un luogo dove la cucina si insegna, infatti i corsi sono una parte centrale del progetto. Si costruiscono su misura: si scelgono i piatti insieme, si lavora su tecniche tradizionali, si può partecipare in gruppo, in coppia, anche con bambini. Possono svolgersi nel locale, a domicilio o in spazi dedicati.
Il consiglio è semplice: non andarci aspettando il solito giapponese. Meglio arrivare con un po’ di pazienza, accettare l’idea di aspettare un posto — oppure puntare direttamente sul takeaway — e poi scegliere pochi piatti, osservare i dettagli e lasciarsi guidare.