Cerca

Mondo

Come funzionano le mine in mare e perché l’Italia può aiutare a rimuoverle a Hormuz

Il ruolo della Nato e delle flotte europee

Come funzionano le mine in mare e perché l’Italia può aiutare a rimuoverle a Hormuz

Lo stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo: collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano ed è fondamentale per il trasporto di petrolio e merci. Una parte significativa dell’energia globale passa da qui ogni giorno. Dopo l’escalation militare legata al conflitto tra Stati Uniti e Iran, alcune aree dello stretto sarebbero state minate. Questo significa che potrebbero essere presenti ordigni esplosivi in mare, in grado di colpire navi civili e militari.

Per questo motivo gli Stati Uniti hanno avviato operazioni per rendere nuovamente sicura la navigazione. Le attività, secondo quanto comunicato, sono iniziate l’11 aprile e potrebbero richiedere il supporto degli alleati della Nato, inclusa l’Italia. Le mine navali sono armi relativamente semplici ma molto efficaci. Possono essere posizionate sul fondale oppure restare sospese in acqua. Alcune esplodono al contatto, altre si attivano rilevando segnali come il rumore, il campo magnetico o la pressione generata dal passaggio di una nave.

Per eliminarle esistono diverse tecniche. Una delle principali consiste nel cosiddetto “dragaggio”, cioè nel trainare dispositivi che simulano il passaggio di una nave per far esplodere le mine in modo controllato. Un altro metodo è la ricerca diretta tramite sonar, robot subacquei o sub specializzati, che individuano gli ordigni e li distruggono con cariche esplosive.

Come ha spiegato a Wired l’esperto Scott Savitz, ingegnere del think tank Rand, il meccanismo di base è semplice ma l’operazione resta complessa: “Una nave o un elicottero trascina sistemi che imitano i segnali di una nave per far detonare le mine in anticipo”.

Il problema è che non tutte le mine reagiscono allo stesso modo. Alcune sono progettate per attivarsi solo dopo più passaggi o per distinguere tra una nave reale e un’esca. Questo obbliga a ripetere le operazioni più volte sulla stessa area.

Sempre Savitz ha sottolineato che l’efficacia varia molto: in alcuni casi il dragaggio funziona bene, in altri le mine più avanzate riescono a “ingannare” i sistemi di neutralizzazione. Per questo si utilizzano anche tecnologie più avanzate, come droni subacquei e veicoli senza equipaggio, che possono identificare con precisione le mine e consentire la loro distruzione a distanza.

Un altro elemento importante è il tempo. Bonificare una zona non è immediato: possono servire giorni o settimane, a seconda dell’estensione dell’area e delle condizioni operative. C’è poi il tema del rischio. In alcune situazioni, le navi continuano a transitare anche in presenza di pericoli, soprattutto quando il passaggio è strategico per il commercio. In passato è già successo che rotte marittime restassero attive nonostante la presenza di mine.

Le operazioni di sminamento sono considerate tra le più delicate anche per un altro motivo: i mezzi impiegati sono vulnerabili. Le navi cacciamine e gli elicotteri utilizzati si muovono lentamente, seguono percorsi prevedibili e hanno capacità difensive limitate. Queste unità possono diventare bersagli facili se non protette da altre forze militari. Per questo, le operazioni richiedono il supporto di navi e sistemi di difesa in grado di garantire sicurezza nell’area.

Negli ultimi anni sono stati sviluppati anche sistemi più avanzati, come droni autonomi e tecnologie basate su intelligenza artificiale. Tuttavia, anche questi strumenti hanno limiti: il numero disponibile è ridotto e possono essere influenzati da interferenze, ad esempio nei sistemi di navigazione.

In questo scenario entra anche l’Italia. La Marina militare italiana dispone di 8 navi cacciamine, progettate proprio per individuare e neutralizzare mine navali. Queste unità fanno parte anche delle missioni Nato dedicate a questo tipo di operazioni.

L’Italia partecipa infatti a gruppi multinazionali specializzati nello sminamento marittimo, insieme ad altri Paesi europei come Regno Unito, Francia, Germania e Spagna.

Al momento non è stato definito un intervento coordinato nel Golfo, ma il coinvolgimento degli alleati resta una possibilità concreta, soprattutto se le operazioni dovessero prolungarsi o diventare più complesse.

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Logo Federazione Italiana Liberi Editori L'associazione aderisce all'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria - IAP vincolando tutti i suoi Associati al rispetto del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale e delle decisioni del Giurì e de Comitato di Controllo.