Le donne denunciano: «Dopo botte e stupri restiamo nel limbo»
19 Febbraio 2023 - 07:01
(foto d'archivio depositphotos)
Quattro donne, quattro storie di violenza in famiglia. Finite con la fuga nei boschi o in treno. Poi, nonostante le denunce, tutte queste donne continuano a rimanere nascoste, ospiti di un rifugio dedicato alle vittime di violenza. E la loro vita, come quella dei loro figli, resta sospesa in un limbo. Ora non ci stanno più e, insieme alle operatrici che le assistono, si fanno portavoce di una situazione che riguarda centinaia di donne in tutta Italia. E, per farlo, accettano di raccontare la loro storia di vita.
Flora fugge nel bosco
La storia di Flora è cominciata a Berlino, dove ha conosciuto suo marito. Lei turca e lui italiano, hanno avuto due bambini: «Mi picchiava già in Germania ma da voi è diventato più aggressivo, forse perché pensava di essere più protetto. Mi filmava e mi obbligava a dire che ero matta». Fino al giorno in cui l’uomo ha commesso una leggerezza: «Ha lasciato la telecamera accesa mentre io ero legata a una sedia e lui mi picchiava. Poi ha dimenticato il video ed è uscito con il figlio più grande. Era la mia unica occasione: ho preso l’altro bambino, il filmato e sono scappata nel bosco dietro casa. Così sono riuscita a chiedere aiuto». Da allora Flora è protetta in una comunità rifugio nel Torinese. Ma ci sono voluti più di tre anni per avere giustizia e tornare libera.
Il coraggio di Joy
Invece Joy, nigeriana di 30 anni, e i suoi tre figli restano ancora sospesi: «Mio marito voleva fare sesso di continuo e mi picchiava quando io gli dicevo di no. Ho sopportato per anni, sperando che lui cambiasse. E non volevo creare problemi a mio marito. Ma, se non lo avessi denunciato, mi avrebbe ucciso: ho fatto vedere le mie ferite ai medici del Maria Vittoria e ho raccontato tutto». Ora la donna vive nel rifugio insieme ai bambini, che possono comunque vedere il padre: «Ho fatto tutto per loro. E adesso spero che altre donne facciano lo stesso: sono tantissime quelle che subiscono violenze e vorrei dire loro di tener duro e non preoccuparsi della tradizione. Devono denunciare».
Anna e il figlio negatoAnna ha avuto questo coraggio ma la sua vita è migliorata solo in parte: «Ero succube di mio marito e di mia suocera, sia in Italia che in Marocco - racconta la 32enne - Non potevo parlare con nessuno, ero sola. Mi riempiva di insulti, che poi venivano ripetuti anche da mio figlio. Sono stata zitta per anni, temendo che le assistenti sociali mi portassero via il bambino. Fino a quando ho preso il treno, sono scesa a Porta Nuova e ho chiesto aiuto alla prima persona che ho trovato». Nel mezzo Anna si è anche ammalata gravemente e si sta riprendendo solo ora: «Lui mi diceva: “Hai il cancro, non vali niente”. E non mi ha mai aiutata. Devo ringraziare gli italiani che mi hanno salvata: sono la mia nuova famiglia».
Le prigioni di Sara
Anche Sara è marocchina e ha 27 anni, di cui quasi 3 in Italia. Ora è separata dall’uomo con cui ha messo al mondo una bimba, che oggi ha 1 anno e mezzo: «Le nostre famiglie hanno combinato le nozze, io l’ho conosciuto il giorno del fidanzamento. Ho accettato di sposarlo a patto che potessi lavorare. Ma, quando ci siamo trasferiti in Piemonte, mio marito mi ha vietato anche di uscire e studiare l’italiano. Ero prigioniera, mi trattava come se fossi la sua cameriera. Poi, quando siamo tornati in Marocco in vacanza, lui mi ha preso i documenti e mi ha detto: “O resti qui con la bimba o te ne vai senza di lei”. Mi sono opposta e sono riuscita a venire qui con mia figlia: voglio che abbia un futuro».
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