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Il Borghese

Da Fiat all'AI, ecco perché Torino ha perso 12.000 lavoratori in un anno

Le trasformazioni economiche fra l'industria, il mondo dei servizi e un sistema che non è preparato

Da Fiat all'AI, ecco perché Torino ha perso 12.000 lavoratori in un anno

Dodicimila posti di lavoro persi in un anno in provincia di Torino. Dove, adesso, nei conti economici la manifattura, quindi l’industria, pesa solo per il 20,7%. Il 70,5% del valore aggiunto adesso sta nei servizi. Dove, però - se il lavoro nell’industria è reso incerto da cassa integrazione e crisi generalizzata - regna la precarietà o comunque l’atipicità.

Questo dicono i dati dei sindacati nella tradizionale presentazione del 1° Maggio, analizzando i segnali di quella che non è solo una crisi ma trasformazione. Torino da città industriale a città dei servizi? Sì, un tema di cui si parla spesso, ma se si guarda al mondo reale ci si accorge che ancora tutto o quasi è ancorato alla produzione industriale. E a Torino significa Fiat, ossia Stellantis. La riduzione della forza lavoro passa dalla crisi dell’automotive e dell’indotto più ancora che della capofila. E il futuro, legato a Mirafiori, sarà questo: produzione sì, assunzioni anche (forse), ma con numeri ridotti rispetto a una ipotetica età dell’oro. Confidando che invece l’aerospace possa svilupparsi come da (qualche volta ottimistiche) previsioni. La realtà? Oggi per fare un lavoro serve il 30% in meno di addetti di un tempo. E non solo nell’automotive.

Poi, però, nel cosiddetto valore aggiunto e nella sua generazione, bisogna considerare tanti fattori: Torino non è diventata improvvisamente (solo) una città turistica, né i torinesi sono diventati tutti ristoratori o camerieri. Ci sono settori che afferiscono alle nuove tecnologie, al mondo fintech e a quella intelligenza artificiale più temuta che studiata realmente.

Torino ha conosciuto un boom di startup, ma quante di queste - pur in presenza di importanti round di finanziamenti - hanno trasformato i progetti in struttura, quante hanno generato realmente occupazione stabile (ammesso che alla GenZ la stabilità importi)?

Quanto il sistema formativo italiano è studiato per le esigenze di questi nuovi settori?

Sono interrogativi da porsi. Il resto, poi, lo fa la programmazione sul territorio, che investe la politica: qui, però, di solito si incaglia tutto.

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