l'editoriale
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26 Giugno 2022 - 08:27
C’è una pagina del nostro Risorgimento che all’epoca fece molto clamore e che, con il tempo, è stata dimenticata. Un certo imbarazzo è calato sul nome di Carlo Pisacane, barbuto avventuriero socialista inviato a compiere la stessa missione che tre anni dopo fu di Giuseppe Garibaldi. La tragica spedizione di Carlo Pisacane poté partire perché alle spalle aveva il supporto della principale compagnia di navigazione del regno di Sardegna: la compagnia di vapori di Raffaele Rubattino. L’armatore genovese, amico di Cavour e affiliato alla Giovine Italia, costituisce una figura centrale nel Risorgimento italiano, purtroppo anch’essa poco nota ai più.
Basti pensare che, oltre a Pisacane, egli fu determinante anche per Garibaldi, al quale fornì i due vapori Lombardo e Piemonte che condussero i Mille a Marsala. I soldi per la spedizione? Nessun problema: una volta superato l’ostacolo più grande (il mezzo di trasporto, al quale provvide il Rubattino), per supportare economicamente i rivoluzionari si mobilitò anche il banchiere livornese Adriano Lemmi. Tornando a Pisacane, pare dunque evidente che debba tramontare il racconto tradizionale dei “romantici” rivoluzionari che, al grido di Italia Libertà Repubblica, avrebbero nottetempo preso il comando del Cagliari. Tutto era organizzato puntualmente, e probabilmente con non troppa cautela: le spie borboniche sapevano tutto prima ancora che la spedizione mollasse gli ormeggi. Il governo napoletano, tramite il suo console a Genova Ippolito Garrone, fin da dicembre 1858 era al corrente delle «trattative [di Pisacane] pel trasporto di armi e di munizioni [nel regno delle Due Sicilie] si erano più volte iniziate e rotte con l’amministrazione dei vapori sardi R. Rubattino». I «trecento giovani e forti» divennero tali solo dopo l’espugnazione della fortezza di Ponza, dove si trovavano (pochi) prigionieri politici dei Borbone e (molti) prigionieri comuni, arruolati a forza verso un’impresa che, dopo lo sbarco a Sapri, si rivelò immediatamente per quello che era: una follia, una marcia verso il suicidio. A Ponza, il Cagliari avrebbe potuto agilmente riprendere il largo mentre Pisacane e i suoi erano impegnati nella liberazione dei carcerati. Non lo fece, e traghettò i «trecento» verso l’epilogo dell’avvenuta. I contadini del Salernitano mostrarono una evidente indifferenza ai proclami libertari del generale napoletano. Dopo un disastroso scontro con le truppe regolari e i gendarmi napoletani presso Padula, a Pisacane non restò che la tragica fuga con il centinaio di superstiti: fuga interrotta da quegli stessi contadini che egli sperava di portare dalla sua parte. La popolazione di Sanza, evidentemente sconcertata dalle notizie giunte e dalla presenza di quel centinaio di armati sul suo territorio, si sollevò. Le campane suonarono a martello. Pisacane e i suoi furono bollati con il marchio di “giacobini” e, al grido di «cinco pezze pè nu giacubino muorto o vivo», vennero ammazzati a colpi di forconi, falcetti e bastoni acuminati. Era il 2 luglio 1857.
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