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Iconoclastia

iconoclastia The Iconoclasts in Antwerp in 1566, vintage engraving.

Foto: Depositphotos

Storia, filosofia, letteratura e arte sono le materie che io, totalmente allergico da sempre ai numeri, posso insegnare a mio nipote Marco anche all’università. Ed è proprio assistendolo nella preparazione dell’esame di storia medioevale (nella quale ai miei tempi presi 30 lode grazie a una ricerca sulla ballata piemontese di Baron Litron, che ancora oggi canto in piòla) che mi è capitato di fare una piccola riflessione. L’argomento era l’iconoclastia, ovvero la proibizione del culto per le immagini sacre rappresentanti Cristo, la Madonna e i Santi, la loro distruzione e la persecuzione sanguinosa di coloro (detti iconoduli) che le veneravano. Non sto a scendere nei dettagli. Basti ricordare che l’iconoclastia fu introdotta dall’imperatore bizantino Leone III Isaurico nel 730 e fu definitivamente abolita, dopo fasi alterne favorevoli e sfavorevoli, da Papa Gregorio IV nell’843, dopo aver coinvolto persino Carlo Magno. 113 anni in cui furono distrutti tesori di opere artistiche (quadri, mosaici, statue, affreschi) di inestimabile valore. E qui viene la riflessione: se l’iconoclastia fosse rimasta definitivamente, come nell’Islam, nell’Ebraismo e nel Calvinismo, oggi non avremmo quei tesori di arte medioevale, rinascimentale e barocca che spingono milioni di persone a visitare l’Italia. Persi l’artigianato e l’industria, privi di materie prime e costretti a importare l’energia, avremmo davanti un futuro drammatico; invece ne abbiamo uno tutto sommato accettabile da camerieri e da ciceroni, almeno finché la supremazia della nostra cucina e l’ammirazione per il nostro patrimonio artistico reggeranno. Lo dobbiamo a McDonald e a Papa Gregorio IV.

collino@cronacaqui.it
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