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Il discorso di fine anno

«La Repubblica siamo noi»: ecco cosa ha detto Mattarella IL VIDEO COMPLETO

Il messaggio del Presidente della Repubblica che si rivolge soprattutto ai giovani e parla di pace e democrazia

«La Repubblica siamo noi»: ecco cosa ha detto Mattarella IL VIDEO COMPLETO

Alle 20.30 di ieri 31 dicembre, dallo Studio alla Vetrata del Quirinale, con una copia della Costituzione sul leggìo e il manifesto del 2 giugno 1946 accanto, Sergio Mattarella ha pronunciato l’undicesimo discorso di fine anno. Toni pacati, quasi domestici, e un’allerta che attraversa ogni passaggio, fino alla promessa che lascia intravedere una rotta: «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».



Pace, parole e responsabilità
«La nostra aspettativa è rivolta alla pace», ha esordito il capo dello Stato, riportando il pensiero alle case sventrate in Ucraina e alla devastazione di Gaza, dove i più fragili pagano il prezzo più alto. Il richiamo è insieme etico e civile: disarmare le parole, respingere l’odio, abbassare il tasso di violenza che avvelena il quotidiano. Perché la pace, ha detto, è un modo di pensare e di vivere: non imporre la propria volontà, non pretendere dominio. Vale per ciascuno di noi, vale per le istituzioni, vale sulla scena internazionale.

Democrazia sotto pressione
Con lo sguardo rivolto agli ottant’anni della Repubblica, Mattarella mette in guardia dalla fascinazione per le autocrazie, che crescono dove le democrazie si distraggono o si dividono. L’«album immaginario» della nostra storia ha un fotogramma simbolo: le donne al voto nel 1946, il Paese unito davanti alle urne. Quello fu lo spartiacque: la Repubblica come scelta di libertà e di pace, l’avvio di un cammino — tuttora aperto — verso la piena parità.

Dalla memoria al metodo
Non nostalgia, ma speranza. E un metodo: allora i costituenti discutevano aspramente al mattino e, al pomeriggio, ricomponevano insieme i tasselli della Carta. È davvero impossibile ritrovare quello spirito bipartisan? L’appello c’è, anche se non c’è invettiva: in Parlamento, in tv e sui social il volume della contesa è diventato un fine, non un mezzo. Servono meno decibel e più responsabilità, perché conti il fondamento, non solo la forza polemica.

Riforme, diritti e patrimonio comune
Il presidente ripercorre le pietre miliari: riforma agraria e Piano casa (che oggi risuonano nelle difficoltà delle giovani coppie a trovare un alloggio), l’Europa e il Piano Marshall, gli anni del miracolo economico, lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, il sistema previdenziale esteso a tutti. Mattoni di un edificio che si restaura, non si smantella. Dentro ci sono anche cultura, arte, cinema, musica, letteratura e il servizio pubblico radiotelevisivo a garanzia del pluralismo. E lo sport, con l’anno delle Olimpiadi di Milano-Cortina alle porte, come forza mite d’identità nazionale.

Le prove superate e l'orgoglio civile
Le immagini si fanno scure: stragi e terrorismo, la lunga «notte della Repubblica». Ma l’Italia ha tenuto, più forte del terrore grazie all’unità delle forze politiche e sociali, e all’esempio di eroi civili come Falcone e Borsellino. Oggi il Paese è un attore riconosciuto sulla scena internazionale: città d’arte, paesaggi, stile di vita, cultura del cibo e del vino sono diventati patrimonio condiviso, motivo legittimo d’orgoglio.

Le crepe da sanare
La coesione sociale è la nostra vera forza: va nutrita e protetta. Tocca a chi governa contrastare con urgenza le crepe che la minano — povertà, diseguaglianze, ingiustizie, corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali — e a ciascuno mettere la propria tessera nel mosaico comune. «La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi»: non uno slogan, ma un promemoria quotidiano.

L’appello ai giovani
La chiusura è per i ragazzi e le ragazze: non rassegnatevi, siate esigenti e coraggiosi, scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come quella generazione che, ottant’anni fa, ha costruito l’Italia moderna. La fiducia, suggerisce il presidente, non è un atto di fede: è un lavoro condiviso.

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