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Curiosità
15 Febbraio 2026 - 22:01
A Torino basta dirlo una volta per capirsi subito: “boja fàuss”. È un’esclamazione tipicamente piemontese, usata per esprimere stupore, rabbia o sorpresa. Non è una bestemmia e non è una parolaccia. È un modo di dire radicato nella tradizione locale, che accompagna reazioni forti senza scadere nel volgare.
Sull’origine dell’espressione esistono due spiegazioni, entrambe legate alla figura del boia, il funzionario incaricato di eseguire le condanne a morte.
La prima ricostruzione, più popolare, riporta al Rondò della Forca, luogo dove a Torino si svolgevano le esecuzioni capitali fino al 1853. All’epoca era uno spazio ampio e alberato, scelto anche per la vicinanza alle carceri che si trovavano nell’area dell’attuale Corte d’Appello. Il condannato veniva condotto sul posto con una carretta, accompagnato da un sacerdote e da una scorta armata, e la sentenza veniva eseguita con la forca.
Il boia era un pubblico ufficiale, ma profondamente malvisto dalla popolazione. Molti torinesi giudicavano inaccettabile che qualcuno potesse essere pagato per togliere la vita a un altro essere umano. Proprio da questo disprezzo deriverebbe il soprannome “Fàuss”, che in piemontese significa “falso”, attribuito al boia.
La seconda interpretazione è più diretta: l’espressione sarebbe nata per evitare di bestemmiare, in un’epoca in cui la bestemmia era sanzionata per legge. Al posto del nome di Dio si utilizzava il riferimento a una figura ritenuta spregevole, trasformando l’imprecazione in una formula accettabile.
Intorno al boia sono nate nel tempo anche storie e leggende, come quella del Pancarrè, noto in origine come “pane del boia”.
Oggi “boja fàuss” resta un segno identitario. Un’esclamazione che racconta un pezzo di storia cittadina e che, ancora adesso, continua a risuonare tra le vie di Torino.
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