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Automotive & Retroscena
15 Febbraio 2026 - 12:50
C’è un piano che l’industria automobilistica europea - Stellantis in primis, essendo il più in crisi in termini di redditività fra i grandi gruppi - aspetta con il fiato sospeso. Ha un nome ambizioso, Industrial Accelerator Act. Dovrebbe accelerare, potrebbe frenare; dovrebbe salvare, potrebbe tagliare. E allora la domanda è semplice e tagliente: sarà sufficiente a evitare piazzali vuoti nel 2035 perché le auto a motore termico non si producono più (e quelle elettriche non si vendono)?
- quadro regolamentare e tempistiche certe;
- soglia minima di componenti Made in Europe per evitare i dazi Ue;
- grado di neutralità tecnologica effettivamente concesso ai costruttori.
È proprio la neutralità tecnologica il fronte più sensibile. Stellantis, Volkswagen e anche i gruppi cinesi come Byd chiedono chiarezza: quanto peserà, sui conti, la libertà di adottare soluzioni diverse? Se i costi industriali non calano, la neutralità rischia di tradursi in un aumento dei listini dei motori termici per compensare il ribasso dei prezzi elettrici. Un autogol annunciato.
Stellantis ne è la dimostrazione, con quegli oneri per 22 miliardi di euro inseriti a bilancio e che rappresentano il combinato disposto fra i "danni" della corsa all'elettrificazione marchiata Tavares e la veloce - frettolosa? - retromarcia innestata da Elkann nel periodo di interim fino all'arrivo di Filosa.
La soglia del 60% e il rebus Turchia
Il secondo snodo riguarda la quota di componenti europei per auto vendute senza dazi: secondo alcuni produttori non sarà inferiore al 60%. Un livello che complica la vita ai player cinesi, oggi al 10% del mercato unico, e che apre il dossier Turchia, dove molte case hanno delocalizzato per il minor costo del lavoro. Inoltre, nel caso delle elettriche, circa il 60% del valore è assorbito dal sistema di trazione: un ostacolo non da poco, anche per i marchi Ue che guardano a Istanbul.
Il gruppo franco-italiano (ormai a trazione USA però) ha perso il 49% di capitalizzazione dalla sua nascita e sbarco in Borsa. Dai tempi dei massimi a Piazza Affari, con dividendi record agli azionisti (quasi 3 miliardi alla sola Exor degli Agnelli/Elkann), ha perso il 76%.
I segnali dal mercato: Tesla cambia passo, Filosa ricalibra Stellantis
Il mercato, inesorabile giudice, sta facendo modificare i piani dei costruttori: se Tesla ferma la prouzione di Model X e Model S, preferendo la produzione di robot umanoidi alle auto, il nuovo ceo di Stellantis, preparando il nuovo piano industriale che presenterà a maggio, ha già iniziato la ricalibrazione. Antonio Filosa, è stato netto: il 75% dei 22,2 miliardi di oneri deriva dalla sovrastima del ritmo della transizione energetica imposta da norme comunitarie “assurde”. Nel dettaglio, 16,8 miliardi, di cui 14,7 tra riallineamento dei piani di prodotto alle preferenze dei clienti, nuove regole sulle emissioni negli Stati Uniti e minori attese sui Bev; altri 2,1 miliardi per il ridimensionamento della supply chain elettrica. Tradotto: “riportare l’auto al cliente”, che oggi «non ama l’elettrico». Un’impostazione che riecheggia il mantra pronunciato al suo insediamento dal presidente americano Donald Trump: «voglio che i cittadini comprino la macchina che desiderano».
Ma attenzione. Perché Stellantis non può accusare dei suoi mali attuali i soli piani di Tavares. Vero è che il manager portoghese, ossessionato dalla pratica del risparmio, ha mirato alla massima redditività nel breve periodo, garantendo profitti record agli azionisti - mandatari del suo lavoro di ceo - e andando però a limitare gli investimenti, al di fuori di quelli per l'elettrico.
Però gli altri costruttori, che pure si erano lanciati in quella partita, hanno pagato un prezzo diverso: Volkswagen nello stesso periodo di Stellantis ha perso solo il 3% di capitalizzazione (per avendo dovuto avviare un piano di tagli mai visto, con 300mila esuberi), addirittura Toyota - che ha puntato ovviamente sul suo core business dell'ibrido - ha raddoppiato il valore. Paga caro Renault con un -40% dai massimi, ma solo del 5% dal 2021. E ora ha cambiato rotta dopo l'uscita del ceo Luca De Meo che aveva probabilmente visto per tempo il cigno nero - che tanto nero non era - e ha incassato i risultati nel breve periodo e poi salutato, per darsi al luxury di Kering.
Dietro la corsa di Tavares c'era una strategia condivisa o gli azionisti hanno pensato solo a incassare? Questa è la domanda autentica che si devono porre al Lingotto.
La posta in gioco: neutralità vera o slogan?
La neutralità tecnologica sarà libertà di competere o un esercizio di stile che aumenta i costi? I dazi e la soglia del 60% renderanno l’Europa più autonoma o meno attrattiva? E soprattutto: l’Industrial Accelerator Act basterà, se arriverà davvero il 25 febbraio, a rimettere il treno sui binari giusti? Per evitare che l’auto europea viaggi “all’incontrario”, servono regole chiare, tempi certi e una lealtà di fondo con il mercato: ascoltare ciò che il cliente sta dicendo, oggi, con i suoi acquisti mancati.
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