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Il disastro di John Elkann

Stellantis -28% in Borsa. Gli analisti: Chiuderà delle fabbriche. Ecco cosa succede (e succederà)

Dopo l'annuncio dello stop ai dividendi, bruciati 4 miliardi in meno di due ore. Gli scenari e i piani del Gruppo

Stellantis frena sull’elettrico: perdita record in vista e titolo a picco a Piazza Affari

A volte, nei mercati, il silenzio fa più rumore di un crollo. A Piazza Affari il titolo Stellantis non riesce nemmeno a fare prezzo all’apertura: è il preludio del disastro. Quando le contrattazioni ripartono, la scivolata è rapida, profonda, quasi inevitabile. Perché? Perché il gruppo riconosce di aver sovrastimato la corsa al full electric e cambia rotta. Il conto, però, arriva subito. E potrebbe non essere finita qui: gli analisti, infatti, prevedono la chiusura di stabilimenti. Vediamo nel dettaglio.


Piazza Affari, il crollo
All’avvio, dopo la diffusione della nota del Gruppo, il ribasso teorico è di -11,8%. Poi il baratro con oltre 6 miliardi di capitalizzazione bruciati in meno di due ore. Attorno alle 12.40 il tonfo supera il -28%, fino a 5,87 euro. La capitalizzazione scende attorno a 18 miliardi, sui minimi da quando, nel 2021, nacque Stellantis dalla fusione tra Fca e Psa. 

La svolta sull'elettrico e il conto da 22,2 miliardi
Il motivo “fa rumore”, come abbiamo scritto qui: maxi-correzione dei conti per 22,2 miliardi di euro di oneri nel secondo semestre 2025. Svalutazioni, cambiamenti di strategia, la confessione che tutto quel piano industriale pensato sull'elettrico è stato un flop. Di questi oneri, 6,5 miliardi saranno esborsi di cassa nei prossimi quattro anni. Per il 2025 si stima una perdita netta compresa tra 19 e 21 miliardi. E la catena delle conseguenze è automatica: nel 2026 non verrà distribuito alcun dividendo.



Le parole di Antonio Filosa
Il ceo Antonio Filosa non usa giri di parole: “La reimpostazione che abbiamo annunciato si inquadra nel percorso avviato nel 2025 per tornare a porre i clienti come punto di riferimento di ogni nostra decisione. Gli oneri riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica, oltre che l’impatto delle criticità pregresse”. In altre parole: meno ideologia, più domanda reale.

Canada, batterie e un addio simbolico
La coreana Lg Energy Solution rileverà per 100 dollari il 49% detenuto da Stellantis nella joint venture NextStar Energy, l’impianto canadese di batterie. Una cifra simbolica per un segnale concreto: il gruppo si sfila da un tassello che, fino a ieri, era considerato strategico nella filiera dell’elettrico.

Un settore che ricalibra: gli USA di Trump e i concorrenti
La retromarcia non è isolata. Ford Motor Company e General Motors hanno già messo mano ai piani sull’elettrico. Sullo sfondo, negli Stati Uniti, il quadro politico e degli incentivi è cambiato sotto l’amministrazione di Donald Trump. Stellantis lo scrive nero su bianco: bisogna allineare i piani di prodotto alla domanda reale. Un nuovo piano industriale arriverà a maggio: meno centralità assoluta dell’elettrico, cancellazione dei programmi senza prospettive di redditività, ritorno a una gamma più ampia di motorizzazioni. In sintesi: tornare a costruire ciò che i clienti comprano davvero. E non il costosissimo full electric delle strategie Green di mezza Europa.



Il paradosso dei numeri operativi
Il paradosso, l'ennesimo della presidenza di John Elkann, è che mentre i conti vengono appesantiti dalle svalutazioni, le auto si vendono. Nel quarto trimestre 2025 le consegne consolidate sono stimate a 1,5 milioni di veicoli, +9% su base annua. Nord America in forte spinta (+43%), progressi anche in Sud America, Medio Oriente e Africa, Cina, India e Asia-Pacifico. Rallenta l’Europa allargata: 26 milaveicoli in meno, pari a -4%, complice il calo dei veicoli commerciali leggeri e la pressione competitiva. Nel secondo semestre migliorano ricavi netti e free cash flow industriale rispetto alla prima metà dell’anno, in linea con l’ultima guidance. 



Cassetta degli attrezzi finanziaria e traiettoria 2026-2027
Per irrobustire la struttura patrimoniale, Stellantis annuncia l’emissione di 5 miliardi di euro di bond ibridi perpetui non convertibili: subordinati utili a rafforzare i conti senza ricorrere a un aumento di capitale. Le prime indicazioni per il 2026 parlano di ricavi netti in crescita a una cifra media singola e di un margine operativo a percentuale bassa a una cifra singola. Attesi dazi per 1,6 miliardi nel 2026 (contro 1,2 nel 2025). Il free cash flow è visto in miglioramento, con il ritorno al segno più nel 2027. Il messaggio agli investitori è chiaro: paghiamo oggi per tornare a correre domani. Ma la Borsa guarda al qui e ora.

Cosa succede adesso: la profezia degli analisti
Quando un colosso ammette che il cavallo su cui aveva puntato non galoppa come previsto, la fiducia si incrina. Stellantis non decreta la fine dell’elettrico: ne ridimensiona la centralità. È un cambio di passo che costa miliardi e che il mercato prezza senza sconti. La domanda resta sospesa come una linea di gesso in curva: il ritorno al cliente, al “comprare ciò che si vende”, basterà a rimettere in carreggiata titolo e conti? Le prossime tappe, a partire dal 21 maggio, quando verrà presentato il nuovo piano industriale durante l'Investor Day, diranno se questa reimpostazione sarà un freno tirato o l’imboccatura giusta per tornare a correre.

Inquieta il parere degli analisti: secondo Citi, Stellantis non avrebbe "pienamente riallineato la struttura dei costi, un passaggio che probabilmente sarà necessario alla luce delle quote di mercato ridotte". Traduzione: dovrà chiudere stabilimenti. E non solo oltreoceano, dove già si è detto dello stop in Canada ma adesso slitta la ripresa nella fabbrica USA di Belvidere. Ci sono fabbriche a rischio anche in Europa, dalla Francia con Poissy, alla Polonia con Tychy e Cassino in Italia. Sembra "sicura" Mirafiori, di fatto - parole a parte - l'unica dove gli investimenti sono stati fatti e la nuova produzione della Fiat 500 Ibrida è partita. Ma basterà?

Secondo gli addetti ai lavori, la situazione attuale si presta a uno scenario dove ricompare il termine "fusione". Ma anche il taglio di brand ormai poco redditizi, da DS a Maserati (e forse anche Lancia). Taglio o scorporo? Inoltre, resta sul tavolo la profezia dell'ex ceo Carlos Tavares: lo scorporo delle attività USA da quelle in Europa, che passerebbero sotto controllo cinese con il partner Leapmotor.

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