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Il Borghese

Stellantis, il fiasco di John Elkann (e non solo): via dalla poltrona di presidente?

Il nipote dell'Avvocato fra il venerdì nero in Borsa e lo spettro del processo per l'Eredità Agnelli

Stellantis, il fiasco di John Elkann (e non solo): via dalla poltrona di presidente?

John Elkann sul banco degli imputati. Fuor di metafora potrebbe accadergli la prossima settimana, quando ci sarà l’udienza in tribunale per decidere l’imputazione coatta nei suoi confronti nella vicenda dell’Eredità Agnelli.

Metaforicamente, invece, ci si è trovato ieri, nel venerdì nero di Stellantis, quello di miliardi di capitalizzazione andati in fumo nel giro di poche ore, quello dell’ammissione: sull’elettrico non ci abbiamo capito niente. E negli ambienti finanziari si sente quasi esclusivamente un coro: colpa di Elkann. Che ora, clamorosamente, potrebbe dover lasciare la sua poltrona di presidente del Gruppo, ammesso che questo sopravviva così come lo conosciamo ora.

La questione è spinosa. Mai, nella sua ancor breve storia, Stellantis non aveva pagato i dividendi ai soci, come invece succederà quest’anno. Anzi, bisogna tornare indietro alle ore più buie di Fiat per trovare una situazione del genere. O al periodo Covid per quanto riguarda i valori di Borsa. Ed è qualcosa che fa strabuzzare gli occhi, se consideriamo quanto ha elargito di dividendi Stellantis negli anni della crescita che sembrava inarrestabile della gestione Tavares (solo Exor ha preso 2 miliardi di euro in dividendi, tanto per dare un ordine di grandezza).

Oggi, invece, per bocca dell’attuale ceo Antonio Filosa si ammette che ci sono stati errori in passato, che si è sopravvalutato il peso della transizione energetica, che la strategia era sbagliata. Dunque, tre quarti della colpa finiscono a Tavares, il quale però eseguiva il mandato degli azionisti: far entrare soldi in cassa, più con la finanza che con la manifattura. E il piano “green” era condiviso con il presidente John Elkann, peraltro fautore di una fusione con Psa che Sergio Marchionne non voleva. E quando sono volati gli stracci, e Tavares è sceso dal ring con le sue dimissioni, è perché gli azionisti vedevano una catastrofe nel proseguire sulla strada del full electric. E avrebbe anche proseguito, perché a suo dire una retromarcia drastica avrebbe comportato costi ancora più alti. E in effetti... svalutazioni e perdite a comporre oneri per 22,2 miliardi di euro, molto più dell’attuale capitalizzazione del Gruppo.

Fatto sta che, nel momento dell’addio del ceo portoghese, Elkann era a capo del comitato esecutivo che ne faceva le veci e, tuttora, è presidente esecutivo di Stellantis. Dunque, da quanto si dice fra gli addetti ai lavori, dai soci francesi e americani si mette sotto accusa la sua gestione diretta. E gli stessi potrebbero chiedergli di farsi da parte, lasciare la presidenza. Anche per via dei guai giudiziari in arrivo...

Molto si è sempre detto del finanziere Elkann, per via degli incredibili profitti di Exor. Ma il nipote dell’Avvocato è uno che sa massimizzare i guadagni nella cessione degli asset, da Comau a Iveco e via dicendo. Giusto i pezzi del gruppo Gedi stanno andando via a prezzo di saldo per via delle perdite.

Ora cosa dovrebbe fare Elkann? Lasciare la parte automotive, che non ha mai apprezzato realmente, o proporre una nuova fusione, in cui però i troppi marchi di Stellantis si diluirebbero (torna d’attualità Renault, nelle chiacchiere)? Oppure mettere la fragile parte Europa sotto il controllo dei soci cinesi di Leapmotor e concentrare energie sugli Stati Uniti? Il tutto magari dopo aver guidato una operazione ribassista, portando il titolo addirittura a 3,5 euro ad azione.

A Torino si guarda alla piccola Fiat e al futuro di Mirafiori e c’è chi pensa che, nello spirito di famiglia, Elkann ricorrerà alla ricetta che ha fatto considerare suo nonno Gianni Agnelli un grande industriale: battere (ancora) cassa, al governo italiano o all’Europa.

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