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IL CASO
13 Gennaio 2026 - 10:50
L’imprenditore venezuelano Francisco Javier D’Agostino Casado è stato fermato a Bardonecchia lo scorso 5 gennaio, nell’ambito di un controllo di routine presso il valico di frontiera in alta Val di Susa. Sull’uomo, figura nota nei mercati internazionali dell’energia, pendeva una richiesta di cattura internazionale per reati di contrabbando di petrolio. Tuttavia, a poche ore dal fermo e dal passaggio in caserma per le procedure di identificazione, l’autorità giudiziaria ne ha disposto la scarcerazione, consentendogli di lasciare l’Italia a bordo di un jet privato.
La decisione di rimettere in libertà D’Agostino Casado poggia su solide basi di diritto internazionale e sulla tutela dei diritti fondamentali. In sede di udienza, il collegio difensivo ha sollevato la questione delle condizioni detentive in Venezuela, descritte come incompatibili con gli standard europei. La difesa ha richiamato esplicitamente il precedente giuridico del “caso Trentini”, un orientamento consolidato che impone ai giudici italiani di negare l’estradizione o la consegna di un soggetto laddove esistano fondati rischi di trattamenti inumani e degradanti nelle carceri del Paese richiedente.
La valutazione del quadro legale ha dunque ravvisato l’assenza di garanzie concrete sul trattamento carcerario che l’imprenditore avrebbe subito in caso di consegna alle autorità sudamericane. In mancanza di tali rassicurazioni, il sistema giudiziario italiano è orientato a privilegiare la salvaguardia dei diritti umani, frenando le procedure di cooperazione penale internazionale.
Nonostante la rimessione in libertà e la successiva partenza dal territorio nazionale, la posizione dell’imprenditore resta al centro di un complesso fascicolo internazionale. La vicenda sottolinea la tensione costante tra le esigenze della cooperazione giudiziaria tra Stati e il dovere di verifica sulle condizioni di detenzione all'estero, un equilibrio che nel caso di D'Agostino Casado ha portato alla sua immediata scarcerazione.
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