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Il caso

Venezuela, liberato dopo 14 mesi l’imprenditore torinese Mario Burlò. La figlia Gianna: «Un incubo finito»

«Domani potremmo riabbracciarci. E non lo lascerò più andare»

Venezuela, liberato dopo 14 mesi l’imprenditore torinese Mario Burlò. La figlia Gianna: «Un incubo finito»

La telefonata è arrivata alle quattro e mezza del mattino. Dall’altra parte della linea l’ambasciatore. Poche parole, quelle decisive: Mario Burlò era libero. Dopo quattordici mesi di detenzione in Venezuela, l’imprenditore torinese è stato rilasciato oggi, 12 gennaio, insieme al cooperante veneziano Alberto Trentini. A raccontare l’attesa e lo scioglimento di una tensione durata oltre un anno è la figlia, Gianna Burlò. «Mi hanno chiamata alle quattro e mezza del mattino. Papà era uscito. Un incubo finito», dice.

Le prime parole scambiate con il padre, appena possibile, sono state semplici e dirette: «Mi ha detto che gli mancavamo». Quattordici mesi «vissuti duramente», segnati da un silenzio lungo undici mesi, senza alcun contatto. «Abbiamo temuto il peggio - racconta -. La speranza ci ha tenuti vivi, insieme all’amore che proviamo per lui. Dentro di me sentivo che era ancora vivo». Un’attesa che si è fatta più pesante nei giorni simbolici: «Durante le feste, come la festa del papà o i compleanni, questo dolore si accentuava». La famiglia, spiega Gianna, è rimasta unita nonostante la separazione dei genitori. «Siamo molto legati a nostro padre, anche mia madre, nonostante siano divorziati». Ora il tempo è quello del ritorno e dell’abbraccio: «Domani potremmo riabbracciarci. E non lo lascerò più andare». Nel racconto della figlia c’è anche il ritratto di un uomo che ha sempre viaggiato per lavoro. «Papà è un imprenditore e per lavoro ha sempre viaggiato. In Venezuela voleva aprire un’azienda». E c’è la descrizione di un carattere: «Papà è forte. Generoso. Il padre che tutti vorrebbero. Non vedo l’ora che torni a casa». Infine, il ringraziamento. «Voglio ringraziare il Governo per il suo rilascio: ringrazio tutti coloro che hanno lavorato a questa liberazione». Oggi, dopo quattordici mesi, la parola che resta è una sola: fine. Fine dell’incubo.

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