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L’intervista
17 Gennaio 2026 - 08:21
L’imprenditore torinese libero dopo 14 mesi di detenzione nel carcere del Venezuela: “era un lager”
Quattordici mesi. Mario Burló li chiama senza esitazioni «un inferno». È il tempo trascorso nel carcere venezuelano di El Rodeo, a Caracas. «Non eravamo detenuti, ma sequestrati», dice riferendosi ai compagni di prigionia, uomini provenienti da 34 Paesi, circa 96 persone, oltre ai cittadini venezuelani. «Devo fare di tutto per far uscire gli altri ragazzi».
Oggi Burló è in Italia, ma la testa resta lì. Racconta di un gruppo creato dopo le prime liberazioni, “i liberati”, un canale di contatto quotidiano tra chi è riuscito a uscire e chi continua a battersi da fuori. «Sono uscite alcune persone, ma non so quante», spiega. Intanto la mobilitazione prosegue anche all’estero, dalla Colombia ad altri Paesi, «perché questi ragazzi non devono essere dimenticati».
Parla con voce ferma, ma l’emozione affiora. Maglione azzurro, camicia chiara, lo sguardo che si accende quando ricorda e si incrina quando pensa a chi è rimasto. Accanto a lui c’è la figlia Gianna. «L’unica cosa che mi teneva in vita era il pensiero dei miei figli», dice. «Pensavo mi avrebbero ucciso», così giravano le voci.
El Rodeo lo descrive senza attenuanti: «Un lager». Agenti penitenziari con maschere e nomi fittizi. «Uno si faceva chiamare Hitler». Celle di quattro metri, una latrina, due blocchi di cemento usati come letti, con materassi. «Per un periodo si dormiva per terra. Uno dei lastroni era crollato addosso alle persone rinchiuse».
Le storie degli altri detenuti restano impresse. Uomini che non sapevano se le mogli avessero da mangiare. «Un ragazzo aveva un figlio di 37 giorni». La moglie non lavorava. Continuava a chiedersi come potessero sopravvivere. Nessun diritto, racconta Burló: niente telefonate, nessuna difesa, nessun contatto con le ambasciate. «La Convenzione di Vienna è chiara: se una persona all’estero non può contattare la propria ambasciata, quello è un sequestro».
Per lui, oggi, la priorità non è un risarcimento. «Non mi interessa», dice. Conta che i Paesi sappiano cosa accade dentro quel carcere e che la verità venga conosciuta. La figlia Gianna, seduta al suo fianco, si è tatuata metà braccio in suo onore. Burló ricorda anche il proprio passato giudiziario in Italia. Tre anni e mezzo di carcere, «da innocente», dice, prima della prigionia in Venezuela. Il processo Carminius, spiega, si è concluso con un assoluzione piena. Diciotto mesi trascorsi ad Asti, poi Cuneo, infine i domiciliari. «Avevo acquistato una villa tramite un’agenzia immobiliare. Dicevano fosse legata alla ’ndrangheta’».
Sul ritorno in Venezuela respinge le accuse di chi ha parlato di una fuga dai processi. «Possono dire quello che vogliono. Io non abbandonerei mai i miei figli. Per nulla al mondo».
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