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Il caso

Ladro ucciso in villa "Era lì per lavorare". E i sinti promettono vendetta

Cresce la tensione nei campi nomadi, minacce (anche ai giornali) sui social

Ladro ucciso in villa "Era lì per lavorare". E i sinti promettono vendetta

Sono parole che pesano come pietre. Non tanto per quello che dicono, ma per il momento in cui arrivano. A pochi giorni dalla morte di Adamo Massa, 37 anni, ucciso mercoledì scorso durante un tentativo di furto in una villetta di Lonate Pozzolo (Varese), il racconto dei familiari rompe il silenzio e si schianta contro la versione, ancora al vaglio degli inquirenti, della legittima difesa. Il cugino della vittima parla davanti alle telecamere di Ore 14 Sera, nel campo rom di corso Unione Sovietica, alla periferia sud di Torino.

«Mio cugino stava lavorando. Non è giusto ammazzare», dice. Ammette l’illegalità del furto, ma contesta la reazione del proprietario di casa: «Non è vero che hanno picchiato il padrone, sono bugie». La notte finita nel sangue è quella di mercoledì. Massa entra nella villetta con almeno un complice. Viene sorpreso dal proprietario, Jonathan Rivolta. Ne nasce un corpo a corpo violento, confuso, ancora tutto da chiarire. Durante la colluttazione, Massa viene colpito mortalmente con una coltellata. I complici lo caricano in auto e lo lasciano davanti all’ospedale di Magenta. Arriva vivo, ma muore poco dopo. Rivolta resta ferito, sotto choc. È la parte offesa e, al tempo stesso, l’uomo su cui ora si concentra l’attenzione giudiziaria. I carabinieri e la procura stanno analizzando i rilievi scientifici nella villetta per capire se la violenza esercitata dal ladro fosse tale da giustificare l’uso dell’arma bianca. Nel racconto dei familiari, il punto non è solo la dinamica. È ciò che resta. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e uno di 18 anni», ricorda il cugino.  Intanto la tensione sale. Sui social compaiono messaggi durissimi, attribuiti ad ambienti sinti.

Stories su Instagram accusano “gli italiani” di generalizzare, di difendere «un assassino senza conoscere i fatti». Parole che diventano minacce quando, nell’inoltro di uno di questi messaggi alla redazione, compare una frase esplicita: «Noi sinti vinceremo, dovete fare una brutta fine».

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