«Sono vivo».
Una voce tremante che esplode di emozione.
Una storia di coincidenze che rende la frase «al posto giusto nel momento giusto» così vera. Una storia che, contro ogni probabilità, si è conclusa con un lieto fine.
Il protagonista si chiama Andrea, ha 47 anni, vive a Borgo Po, e oggi, a qualche mese da quel tragico giorno, si ripete: «Sono vivo», come se non ci credesse ancora.
Per raccontare la vicenda bisogna tornare indietro allo scorso 25 ottobre. Di quel giorno Andrea ricorda poco, non sa esattamente cosa gli sia successo. Ricorda, però, di una chiamata da parte del padre: «Stava male» - racconta - «Aveva sbattuto la testa, quindi con la mia compagna siamo andati subito da lui e chiamato un’ambulanza».
Ricorda ancora l’arrivo dei soccorsi, poi il buio.
«Mi sono sentito cadere, ho smesso di respirare. Ho avuto un infarto proprio lì, e questo mi ha salvato la vita». Sì, perché come l’hanno visto a terra i paramedici hanno iniziato fin da subito le manovre per tentare di rianimarlo. «Il fatto che io sia stato soccorso subito mi permette di essere qui a parlare», racconta Andrea.
Il suo, però, non è stato “un infarto qualsiasi”. Il termine tecnico è: arresto cardiaco refrattario, un quadro disperato che non risponde alle cure standard. E così scariche elettriche, farmaci e massaggio cardiaco si sono susseguiti invano. Chiamata una seconda ambulanza, Andrea è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Molinette, dove la rianimazione è proseguita ininterrotta per 45 minuti, dall’abitazione all’ambulanza fino al pronto soccorso. Un lasso di tempo enorme, che in passato avrebbe sigillato un destino tragico.
«Non ho mai avuto problemi di cuore, è successo così, all’improvviso», spiega. L’origine del malore è stata un’aritmia maligna, una «tempesta elettrica» che sconvolge il ritmo cardiaco, rendendo impossibile una circolazione efficace anche dopo il «riavvio».
«Tentavano di tutto per salvarmi, ma niente funzionava», prosegue Andrea.
Ma i medici non hanno perso le speranze, optando per l’arma definitiva: l’ECMO, la macchina che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni, ossigena il sangue e dà tempo per intervenire sulla radice del problema. Richiede velocità, expertise e un’organizzazione impeccabile – e alle Molinette c’era tutto. Collegato all’ECMO, Andrea ha avuto una chance. Il cuore ha potuto “riposare”, il cervello è rimasto protetto. Quasi un giorno con il cuore fermo.
Il programma di rianimazione con ECMO alla Città della Salute e della Scienza di Torino opera da circa cinque anni nella Rianimazione di Pronto Soccorso delle Molinette (diretta dalla dottoressa Marinella Zanierato). Negli ultimi due anni (2024-2025), 16 pazienti con arresto cardiaco refrattario extraospedaliero sono stati trattati: 8 sopravvissuti, per una tasso del 50%.
«Sono stato fortunato. Non solo per il tempismo dei soccorsi: il progresso della medicina mi ha salvato». Le parole di Andrea, non sono solo quelle di un paziente. Lui (paradossalmente) nella vita è un medico radiologo. E proprio per la sua conoscenza nel campo, può dire che «se mi fosse successo qualche anno fa, sicuramente sarei morto».
Invece, come ripetuto all’inizio della storia, è «vivo». Certo, un po’ acciaccato ma vivo: «Le complicazioni sono state pesanti» - spiega - «Ho passato tantissimo tempo in rianimazione, tra necrosi massiva, shock settico e polmonite».
È uscito dal reparto solamente un mese fa, e oggi sta completando il ciclo di riabilitazione all’Usu, vicino al Cto. «La strada è ancora lunga, stimano circa ancora tre mesi prima che possa tornare a casa». Intanto, ha già ricominciato a camminare.