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Economia & Tech

Agnelli-Elkann, la scommessa sulla “AI fisica”: 100 milioni per RobCo (e il primo robot entra in Stellantis)

Il fondo Lingotto di Exor co-guida il round con Lightspeed. Devory V2 fa in 90 minuti il lavoro di un mese di un operaio

Agnelli-Elkann, la scommessa sulla “AI fisica”: 100 milioni per RobCo e la nuova corsa all’autonomia in fabbrica

Il primo è già entrato in funzione, negli Stati Uniti, e svolge in 90 minuti i compiti che un operaio farebbe in oltre un mese di lavoro. Si chiama Dexory V2 ed è un robot dotato di intelligenza artificiale, primo di un avanguardia di robot che non si limitano a ripetere un gesto, ma imparano, si adattano, “capiscono” l’ambiente. È qui che si inserisce la nuova mossa della galassia Agnelli-Elkann: puntare sulla robotica industriale alimentata dall’intelligenza artificiale, quella che gli addetti ai lavori chiamano “AI fisica”.

Mentre nella fabbrica Stellantis di Sterling Heights, vicino Detroit, Dexory si "allena", il fondo Lingotto - società di gestione degli investimenti di proprietà di Exor - ha infatti co-guidato con il venture capital Lightspeed un round di finanziamento da 100 milioni di dollari a favore di RobCo, azienda di robotica basata sull’AI fisica applicata all’industria manifatturiera. L’operazione è stata completata oggi, 29 gennaio 2026, e ha visto la partecipazione anche di Sequoia Capital, Greenfield Partners, Kindred Capital, Leitmotif e The Friedkin Group. Un parterre che, da solo, dice molto: quando si mettono insieme nomi di questo peso, non si sta finanziando un esperimento da laboratorio, ma un’idea di industria.



Un round da 100 milioni e una strategia: crescere dove la domanda corre
Secondo la nota della società, l’obiettivo del finanziamento è triplice: far progredire la roadmap di RobCo, espandere le implementazioni aziendali e rafforzare la presenza nel mercato statunitense. Tradotto: più prodotto, più clienti, più America. La logica dell’operazione viene spiegata anche attraverso la “complementarità” degli investitori: da un lato i fondi di venture capital, con competenze nella creazione e nello sviluppo di imprese tecnologiche innovative; dall’altro gli investitori industriali, che possono contare su rapporti consolidati di settore per accompagnare le aziende lungo un percorso di crescita di lungo periodo. È un incastro che, sulla carta, funziona: la tecnologia corre, l’industria la porta a terra. E la robotica, più di altri settori, vive proprio di questa tensione tra promessa e applicazione reale.

“Automatizzare l'ordinario": la promessa di RobCo
Roman Hölzl, ceo e fondatore di RobCo, mette l’ambizione nero su bianco: «Con 100 milioni di dollari di finanziamenti aggiuntivi, diventeremo l'azienda leader nella robotica basata sull'intelligenza artificiale per la produzione negli Stati Uniti e in Europa. Questo ci consentirà di realizzare il nostro obiettivo di automatizzare l'ordinario, affinché gli esseri umani possano fare lo straordinario». È una frase che suona bene — e non è solo marketing. Perché il punto, oggi, non è immaginare fabbriche senza persone, ma fabbriche in cui le persone non siano inchiodate alle mansioni più ripetitive, usuranti o difficili da coprire. La retorica dell’“uomo sostituito dalla macchina” continua a fare presa, ma la realtà industriale è spesso più prosaica: mancano addetti - o li si manda via -, aumentano le complessità operative, e la produzione deve restare competitiva. La domanda allora diventa: se l’ordinario lo può fare un sistema autonomo, dove può arrivare il valore umano?



Lightspeed e Lingotto: la stessa direzione, due linguaggi diversi
Alexander Schmitt, partner di Lightspeed, rivendica continuità e rilancio: «Dopo aver guidato la Serie B di RobCo, siamo entusiasti di raddoppiare e co-guidare questo round da 100 milioni di dollari». E aggiunge un elemento chiave: RobCo, dice, sta alzando lo standard di come la robotica moderna può essere applicata alla produzione reale, con «sistemi che già oggi funzionano in ambienti industriali» e una piattaforma di AI fisica «scalabile in diversi casi d’uso e aree geografiche». L’investimento, prosegue, serve a sostenere l’espansione con particolare attenzione agli Stati Uniti e allo sviluppo di una roadmap che «integra l'apprendimento e accresce le capacità nel tempo».

È qui che la parola “apprendimento” pesa come un macigno: non si parla più soltanto di robot programmati per fare una cosa, sempre uguale, nello stesso modo. Si parla di sistemi che migliorano, che accumulano esperienza operativa. Una prospettiva che entusiasma gli investitori e, insieme, impone domande serie su sicurezza, affidabilità, governance dei processi.

Dal lato Lingotto, Morgan Samet, managing partner e co-head di Lingotto Innovation, inquadra il passaggio storico: «Il settore manifatturiero sta entrando in una nuova fase in cui l’autonomia costituirà un vantaggio decisivo». E indica la specificità di RobCo: portare l’intelligenza artificiale fisica in ambienti di produzione reali, con «un percorso chiaro e graduale verso una maggiore autonomia», in modo che i sistemi di apprendimento supportino le persone «dove è più importante in fabbrica». “Graduale” è la parola che rassicura: l’autonomia non come salto nel buio, ma come scala. Un gradino alla volta, con implementazioni che devono dimostrare valore e affidabilità.

Il robot Dexory già lavora in Stellantis
Quindi non si sa se leggere come una "coincidenza" - quelle che in finanza non esistono - che nello stabilimento di Detroit si cominci a far lavorare un robot. Non alla catena di montaggio, ma per il momento in "magazzino", per il controllo delle scorte.

Dexory V2 è sviluppato dalla startup britannica Dexory, è dotato di sensori LiDAR, telecamere e scanner per codici a barre; si sposta tra le corsie dei magazzini realizzando una mappa digitale dell'inventario, comprendo a ogni scansione oltre 36.000 piedi quadrati in meno di un'ora, più volte al giorno. A controllarlo, la piattaforma AI DexoryView, che segnala anche anomalie e potenziali criticità, come scaffalature sovraccariche, migliorando anche la sicurezza degli addetti.

La posta in gioco: autonomia come vantaggio competitivo (e come responsabilità)
Se l’autonomia diventa davvero “vantaggio decisivo”, come sostiene Samet, allora la partita non riguarda solo chi compra i robot, ma chi riesce a integrarli nel modo giusto. Perché una fabbrica non è un videogame: è un ecosistema di persone, procedure, sicurezza, qualità. L’AI fisica promette di rendere i sistemi più adattivi, ma proprio per questo chiede regole più solide: chi controlla l’apprendimento? Come si certifica un comportamento “corretto” in un ambiente che cambia? E soprattutto: come si misura il confine tra supporto all’operatore e sostituzione?

La scommessa di Lingotto e degli altri investitori sembra puntare su una risposta pragmatica: RobCo non parla di rivoluzioni istantanee, ma di implementazioni reali e di una roadmap che cresce nel tempo. È un approccio che ricorda una buona manutenzione industriale: non si cambia tutto in una notte, si migliora ciò che funziona, si corregge ciò che non regge, si scala ciò che crea valore. E forse è proprio questa la metafora più adatta: la robotica “intelligente” come nuova infrastruttura della manifattura, un po’ come l’elettrificazione ieri o l’automazione tradizionale negli ultimi decenni. Con una differenza: oggi la macchina non si limita a eseguire. Oggi, almeno nelle promesse e nei piani di investimento, la macchina impara. E quando una macchina impara, l’industria — e chi la finanzia — deve imparare a governarla.

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