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IL COLLOQUIO

Il magistrato contro gli eversivi «Il loro dialogo? Sono le pietre»

Antonio Rinaudo, ex giudice, per anni in prima linea contro terrorismo e antagonisti

Il magistrato contro gli eversivi «Il loro dialogo? Sono le pietre»

«Il loro dialogo sono le pietre».
Antonio Rinaudo non gira attorno alle parole. Per l’ex magistrato, per anni in prima linea contro terrorismo ed eversione, quanto sta accadendo a Torino dopo lo sgombero di Askatasuna non ha nulla a che vedere con una protesta: è una sfida aperta allo Stato. «Pugni, lanci di oggetti, scontri fisici: è l’unico linguaggio che conoscono». Rinaudo osserva la situazione con il distacco di chi ha già visto scene simili, senza però sottovalutarne i rischi. «C’è la stessa voglia di dichiarare guerra allo Stato, mi pare evidente. Le mobilitazioni e l’annuncio di nuovi cortei sono un messaggio diretto a questo governo, che ha deciso di ripristinare la legalità dopo l’occupazione illegale di un immobile». Non si tratta, insiste, di reazioni episodiche. «Askatasuna è un’organizzazione strutturata per compiere azioni illecite. L’immobile è solo un’appendice: il vero obiettivo è pianificare lo scontro fisico con le forze dell’ordine». Il magistrato descrive dinamiche precise, tutt’altro che improvvisate. «Gli attacchi ai poliziotti seguono schemi quasi militari, da battaglia corpo a corpo, come ai tempi dei legionari romani. Usano pietre e oggetti contundenti, si muovono in gruppo e indossano abbigliamento studiato per resistere ai getti degli idranti». Tecniche collaudate, che rendono il quadro «estremamente pericoloso». Il dialogo invocato dalle istituzioni, per Rinaudo, resta un’illusione. «Negli anni dei No Tav ci abbiamo provato più volte. Non ha mai funzionato. Qui non parliamo di cortei o proteste sociali, non ci sono operai o cittadini in piazza. Arrivano cercando lo scontro fisico, con una tensione diretta e spesso imprevedibile». Le responsabilità di chi deve garantire l’ordine pubblico, avverte, sono enormi: «È facile invocare interventi muscolosi dal bar. Quando si hanno ruoli come quelli di questore, prefetto o ministro, ogni decisione pesa. E va sempre bilanciata sicurezza e legalità». E Antonio Rinaudo quella violenza l’ha conosciuta da vicino. Ci ha imparato a convivere, quotidianamente.

Minacce sui muri di Torino, con nome e cognome scritto a caratteri cubitali.
Poi, nel 2020, nei mesi della pandemia che ha paralizzato l’Italia, una busta color giallo ocra arrivata al Palazzo di Giustizia a Torino, con un proiettile calibro 6.35 e la scritta “Ex pm Rinaudo memento mori”, che in latino significa “ricordati che devi morire”.
Prima ancora un plico esplosivo intercettato in tribunale e, nel 2019, una busta con polvere da sparo, fili elettrici e batterie.Come si vive sotto minaccia? «Paura? Mai. Non ne ho mai avuta», risponde secco.
«Dagli anni Ottanta, quando mi occupavo delle Brigate Rosse, a oggi. Questi cialtroni non mi spaventano».
Fu lui, in qualità di pubblico ministero, a contestare per primo il reato di terrorismo alla galassia dei violenti che dice no a tutto: dalla Tav agli sgomberi, dalla politica estera del governo al ponte sullo Stretto di Messina.
Anche da pensionato Rinaudo continua a osservare Torino con attenzione.
«Questa città ha una memoria lunga di violenze: dalle Brigate Rosse all’omicidio del giudice Bruno Caccia, dagli attacchi alla stampa fino agli episodi più recenti di Askatasuna. Chi pensa che sia tutto nuovo sbaglia di grosso».
Cosa deve fare lo Stato davanti a questo fenomeno? «Non cedere». E sui finanziamenti non ha dubbi: «Esistono fonti di sovvenzionamento clandestino che arrivano ai leader, altrimenti non potrebbero operare. E poi ci sono i reati contro il patrimonio: prendono anche da lì».
La conclusione è un monito che nasce dall’esperienza: «Questi gruppi non cambiano. La violenza è il loro linguaggio».
L’ex magistrato è fermo nelle sue posizioni: «Chi pensa di affrontarli con strumenti diversi rischia di farsi male. Bisogna studiare, prevenire e proteggere chi lavora per lo Stato. La storia insegna».

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