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Economia & Territorio

Se potessi avere... 2.000 euro al mese. A Torino aumenta la ricchezza (per pochi) in Borsa

Sotto la Mole un tesoro da 150 miliardi di euro in fondi e investimenti. Lo squilibrio fra benestanti e ceto medio

Torino, la ricchezza corre in Borsa ma il lavoro resta indietro

Una città che si arricchisce, ma non per tutti. Torino somiglia sempre più a una bilancia truccata: da un lato le rendite finanziarie che pesano come lingotti; dall’altro i salari che, erosi dall’inflazione, non riescono a tenere il passo. Il risultato? Una forbice che si allarga, una mappa sociale che si ricompone, un interrogativo che rimbalza dalle sale del Polo del ’900 ai tavoli delle famiglie: la crescita a chi sta davvero giovando?

Il quadro: più ricchezza, meno equità
Secondo la lettura congiunta dei dati di Bankitalia (economia regionale) e del Mef (dichiarazioni dei redditi), nell’ultimo decennio Torino è diventata complessivamente più ricca. Ma la ricchezza si concentra sempre più dentro un “club” ristretto, pari all’1,5% dei torinesi, mentre il resto della città arranca.

- I benestanti: circa 10 mila persone in città percepiscono redditi oltre 120mila euro l’anno.

- A rischio povertà: l’11% della popolazione, oltre 80 mila cittadini.

- La classe media: 200mila torinesi che, per raggiungere le masse oggi investite dai più ricchi in fondi e azioni (90 miliardi), dovrebbero lavorare altri dieci anni senza spendere un euro. Un paradosso che dà la misura del divario.

La finanza che traina (per pochi)
Nel 2016 il “forziere” del Piemonte — e Torino ne vale più del 70% — custodiva circa 118 miliardi di strumenti finanziari: 25 miliardi in titoli di Stato, 33 miliardi in obbligazioni bancarie, 14 miliardi in azioni, 31 miliardi in fondi comuni. A fronte, allora, di depositi attorno ai 72 miliardi. Oggi quel portafoglio sfiora i 150 miliardi, di cui ben 90 miliardi tra fondi e azioni; i depositi sono cresciuti più lentamente, a quota 89 miliardi. È un cambio di paradigma: il valore si genera nei mercati, non nei salari.

Il termometro del private banking
Non stupisce che Aipb, l’associazione delle banche di private banking, collochi il Piemonte tra le regioni più “calde” per la gestione dei grandi patrimoni. Circa il 10% delle masse private — un universo nazionale superiore ai mille miliardi — avrebbe casa in regione. In Italia si contano 3.901 tra filiali private e family office; per concentrazione territoriale guida la Lombardia (450), poi Veneto (195), Emilia-Romagna (192) e Piemonte (170). La geografia della consulenza patrimoniale ricalca quella delle opportunità: il capitale chiama altro capitale.

Il lavoro, grande malato del tempo presente
Se i portafogli dei pochi corrono, il lavoro dei molti arranca. Nel lungo periodo la fotografia è nitida: negli ultimi vent’anni il potere d’acquisto reale dei salari è sceso dello 0,4%. Può sembrare poco, ma indica una traiettoria: il lavoro produce meno benessere relativo rispetto alla rendita. E quando la busta paga perde potere, l’ascensore sociale si inceppa.

Gli stipendi medi a Torino: con 2.000 al mese sei "ricco"?
Lo stipendio medio lordo annuo a Torino si aggira intorno 29.000 euro, dato che già pone la città tra le prime dieci province italiane per retribuzioni, con una media mensile netta che spesso si attesta sui 1.200-1.500€ per molte posizioni operaie e impiegatizie. Il costo della vita è medio-alto e la RAL varia fortemente in base al settore e all'esperienza.
Ecco alcuni dettagli aggiuntivi sugli stipendi a Torino:
    • Settore Operaio: La media mensile è di circa 1.223-1.594 euro.
    • Impiegati e Laureati: Gli impiegati percepiscono una media di circa 23.222 euro lordi annui, mentre i laureati possono avere retribuzioni medie di circa 20.130 euro.
    • Grandi Aziende:
       Lavorare in grandi aziende (es. francesi, tedesche) può portare stipendi superiori, con medie che superano i 23.000-30.000 euro annui.
  • Rilevanza 2026: Le stime a marzo 2026 indicano che 2.000-2.500 euro netti mensili sono considerati stipendi medio-alti in città.

Dove nasce il divario: scuola, tecnologie, precarietà
Il tema è al centro della Settimana del Lavoro di Ismel in corso al Polo del ’900. Nel volume “Disuguaglianze. Costruire equità”, nato da una call di ricercatori promossa da Ismel, emerge una radice chiara: l’educazione. Senza investimenti solidi in istruzione, il rischio è che le nuove tecnologie — invece di colmare — amplifichino il solco: chi ha competenze cavalca l’innovazione, chi non le ha scivola ai margini. A peggiorare il quadro, un mercato segnato da precarietà, lavoro sommerso e perfino fenomeni di “caporalato urbano”. Davvero possiamo chiamarla modernizzazione se lascia indietro i più fragili?

Torino di fronte allo specchio
La città si scopre sempre più finanziaria e sempre meno industriale. Non è un male in sé — i capitali possono alimentare crescita e innovazione — ma il punto è dove e come ricadono i frutti. Se i dividendi lievitano e i salari ristagnano, la forbice si apre. La domanda politica e civile è semplice, la risposta meno: come trasformare titoli e fondi in migliori scuole, lavori stabili, servizi più accessibili? In altre parole, come far dialogare il “club” dell’1,5% con l’11% che rischia la povertà e con quella vasta classe media che regge la città ma fatica a vedere il domani?

Le leve possibili (a partire dai dati)

- Dati e obiettivi: leggere con rigore i numeri di Bankitalia e Mef per tarare politiche locali su redditi e patrimoni.

- Istruzione e formazione: investire in competenze per evitare che la tecnologia diventi un moltiplicatore di disuguaglianze.

- Lavoro di qualità: contrasto alla precarietà e al sommerso, percorsi di crescita salariale legati alla produttività “vera”, non solo finanziaria.

- Finanza responsabile: orientare parte dei 150 miliardi verso progetti industriali, transizione energetica e coesione sociale. Torino ha i capitali, le istituzioni — da Ismel al Polo del ’900 — e una tradizione che può tenere insieme ambizione e equità.

La partita che si gioca oggi non è tra finanza e lavoro, ma tra una ricchezza che resta sulla carta e una che diventa benessere condiviso.

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