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Il caso
04 Febbraio 2026 - 12:30
Scappavano nel cuore della notte. In pieno inverno. Talvolta scalzi. Con addosso soltanto ciò che avevano avuto il tempo di afferrare prima di fuggire. Aprivano la porta in silenzio, trattenendo il respiro, e correvano fuori, nel buio, nel freddo, nella paura. Si rifugiavano su una panchina, in un giardinetto della prima cintura torinese, tremando non solo per le temperature ma per l’angoscia di essere seguiti. Aspettavano che lui si calmasse. Come si aspetta che passi una tempesta. O una guerra. È andata avanti così per dieci anni. Dieci anni di violenze sistematiche, di umiliazioni quotidiane, di terrore domestico. La vittima non era una donna sola. Erano una moglie e dei figli, intrappolati in una casa trasformata in prigione. Un luogo dove non esisteva sicurezza, né riparo, né intimità. Un luogo governato dalla paura. Lui oggi ha 50 anni. Ha precedenti penali. Lavorava. Beveva. Ha sempre bevuto, tranne per un brevissimo periodo di disintossicazione, seguito da una ricaduta che ha riportato tutto al punto di partenza. È un uomo che per anni ha esercitato un controllo totale sulla propria famiglia: sui movimenti, sui contatti, sulle parole, persino sui silenzi. Isolamento assoluto. Nessun amico. Nessun parente. Nessuna via di fuga. La polizia di Torino, attraverso la divisione anticrimine che si occupa di molestie e maltrattamenti, ha ricostruito un quadro che non lascia spazio a interpretazioni. L’uomo possedeva pistole e fucili soft air. Non erano giocattoli. Erano strumenti di intimidazione. Li utilizzava in casa, sparando contro i muri, contro le suppellettili, perforando le pareti per dimostrare il proprio potere. La casa come poligono di tiro. La famiglia come bersaglio. In un episodio che da solo racconta la ferocia di quel clima, l’uomo costrinse il figlio minorenne a esercitarsi sparando su pezzi di pollo presi dal frigorifero.
Nessuno era risparmiato. Nemmeno la figlia maggiore, ormai adulta, che subiva le persecuzioni anche fuori da casa. Il padre si presentava sul suo posto di lavoro, minacciando apertamente di farla licenziare. Ogni tentativo di ribellione era punito. Ogni tentativo di allontanamento scatenava schiaffi, minacce, intimidazioni. Regole impossibili da rispettare venivano imposte per il solo gusto di punire.
Ogni gesto, un pretesto. La situazione era nota da tempo. Le prime denunce della moglie risalgono al 2010. Negli anni successivi ne sono seguite altre. Anche la figlia lo ha denunciato. A un certo punto era stato disposto un provvedimento di allontanamento dalla casa familiare. In quel periodo l’uomo aveva smesso di bere. Aveva fatto credere di essersi sistemato. Ma era una tregua apparente. L’alcol è tornato. E con lui la violenza.
Negli anni l’uomo è stato più volte attenzionato dalla polizia. In alcuni episodi è stato arrestato in flagranza di reato. Ma il terrore quotidiano, quello che non sempre lascia segni immediatamente visibili, continuava. Un logoramento lento, continuo, devastante. Ora, a distanza di anni, il tribunale di Torino ha deciso di intervenire con una misura di prevenzione. Su proposta del questore Paolo Sirna, è stata disposta la sorveglianza speciale: un anno e sei mesi di controlli rigidissimi, con il divieto di avvicinamento alla famiglia e l’obbligo di seguire percorsi di recupero per autori di condotte violente e programmi di disintossicazione dall’alcol.
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