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Il caso
04 Febbraio 2026 - 12:30
Scappavano nel cuore della notte, in pieno inverno, talvolta scalzi, vestiti con quello che avevano addosso. Si rifugiavano su una panchina, in un giardinetto vicino, tremando di freddo e di paura, aspettando che lui si calmasse. E tutto questo per dieci anni, per dieci anni di vessazioni continue, di umiliazioni, di violenze quotidiane. La vittima non era sola: erano la moglie e i figli, intrappolati in una casa che era diventata prigione, sotto il terrore di un uomo di 50 anni che li perseguitava, li isolava dal mondo, li controllava in ogni gesto, in ogni respiro. La polizia di Torino ha ricostruito un quadro agghiacciante. L’uomo, possessore di pistole e fucili soft air, li usava in casa come strumenti di intimidazione, sparando contro suppellettili, forando muri e, in un episodio da brivido, costringendo il figlio minorenne a esercitarsi sui pezzi di pollo presi dal frigorifero. La figlia maggiore, ormai adulta, non era risparmiata: lui si presentava sul suo posto di lavoro, minacciando di farla licenziare. Isolamento, paura, punizioni continue: la sua violenza non conosceva tregua. Imponeva regole impossibili, proibiva contatti con amici e parenti, trasformava ogni spazio domestico in una gabbia. E ancora, ogni tentativo di sfuggirgli era punito con schiaffi, minacce e intimidazioni. Ora, a distanza di anni, il tribunale di Torino ha accolto la richiesta del questore e deciso di imporre una misura di sorveglianza speciale: un anno e sei mesi di controlli rigidissimi, con l’obbligo di seguire percorsi di recupero per autori di condotte violente e disintossicazione dall’alcol. Una misura che arriva tardi, forse, ma che almeno tenta di spezzare la catena di terrore
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