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Il caso del cuore bruciato a Napoli: ecco la fisica dietro al trasporto degli organi

Le cellule lacerate dai micro-cristalli e la necrosi dei vasi: così le temperature estreme simulano l’effetto del calore. I protocolli del Centro Nazionale Trapianti spiegano perché il gelo secco è il nemico dei tessuti viventi

Il caso del cuore bruciato a Napoli: ecco la fisica dietro al trasporto degli organi

L'opinione pubblica e la comunità scientifica in queste ore sono scosse dalla tragedia del bambino di soli due anni, ricoverato al ospedale Monaldi di Napoli, a cui è stato trapiantato un cuore arrivato da Bolzano in condizioni disastrose.

Mentre il piccolo lotta tra la vita e la morte in terapia intensiva e la magistratura cerca di ricostruire la catena di errori, emerge un’ipotesi tecnica: l'organo sarebbe stato danneggiato dal contatto improprio con il ghiaccio secco durante il trasporto. Ma come può il freddo bruciare un muscolo vitale fino a renderlo inutilizzabile?

Può sembrare un controsenso, ma per le nostre cellule il freddo estremo e il calore intenso sono due facce della stessa medaglia distruttiva. In medicina si parla di frostbite (ustione da freddo), un fenomeno che devasta i tessuti in modo molto simile a una fiammata.

Il cuore è un insieme di cellule protette da membrane delicatissime. Quando la temperatura scende drasticamente sotto lo zero, l'acqua contenuta all'interno di queste cellule si trasforma in ghiaccio. Il problema è che il ghiaccio forma dei micro-cristalli dalle punte taglienti che, come minuscoli bisturi, lacerano le membrane dall'interno, distruggendo la struttura cellulare. A questo si aggiunge un collasso vascolare: il gelo blocca la circolazione nei piccoli vasi, togliendo ossigeno ai tessuti e portandoli rapidamente alla necrosi. Il risultato visivo e funzionale è un organo che appare, appunto, bruciato.

Nella vicenda di Napoli, l'attenzione degli inquirenti si è spostata sulla scelta del refrigerante. Esiste una differenza abissale tra il ghiaccio comune e quello secco, il primo è acqua allo stato solido che mantiene una temperatura intorno agli 0 °C, il secondo è anidride carbonica congelata che raggiunge temperature spaventose, circa -78,5 °C.

Il ghiaccio secco non fonde, ma sublima (passa direttamente da solido a gas). Se un organo delicato come il cuore entra in contatto diretto con una sostanza a quasi 80 gradi sotto lo zero, il congelamento è istantaneo e totale. Non è un raffreddamento protettivo, è una distruzione cellulare di massa che non lascia scampo ai tessuti biologici.

Trasportare un organo è una delle operazioni più complesse della medicina moderna. Ogni minuto conta, perché il tempo di ischemia (il periodo in cui l'organo resta senza ossigeno) è limitatissimo.

Le linee guida del Centro Nazionale Trapianti sono chiarissime: gli organi solidi non devono mai essere congelati. Devono essere mantenuti a una temperatura costante di circa +4 °C. Per farlo si usano soluzioni chimiche specifiche che rallentano il metabolismo delle cellule e contenitori dove il ghiaccio non tocca mai direttamente l'organo ma serve solo a creare un ambiente stabilmente fresco. In alcuni casi si usano macchine da perfusione che continuano a nutrire e ossigenare il cuore anche durante il viaggio.

Se venisse confermato l'errore nel trasporto, ci troveremmo davanti a un paradosso atroce: un cuore che ha attraversato l'Italia per salvare una vita è stato spento proprio dallo strumento che avrebbe dovuto preservarlo.

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