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Il caso

Ferrante Aporti, quella notte di paura «La rivolta non fu per motivi inutili»

In quei giorni il numero dei reclusi aveva superato la capienza massima

Ferrante Aporti, quella notte di paura «La rivolta non fu per motivi inutili»

Quella dell’1 agosto 2024 non fu una notte di rabbia senza spiegazioni, ma nemmeno una protesta con obiettivi chiari. Nelle motivazioni della sentenza depositate dal Tribunale per i minorenni, la rivolta esplosa al carcere minorile Ferrante Aporti viene ricondotta a un clima di «profondo malessere» legato alle condizioni di detenzione estive, segnate da sovraffollamento e strutture non attrezzate per affrontare il caldo torrido. Un contesto che esclude l’aggravante dei motivi futili, ma che non attenua la gravità dei fatti. Per uno dei giovani coinvolti - già condannato per il lancio della bici dai Murazzi - è arrivata l’11 novembre una pena di 4 anni e 2 mesi. Difeso dall’avvocato Domenico Peila, rispondeva di devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale ed è stato l’unico a scegliere il rito ordinario. Gli altri partecipanti sono stati giudicati con rito abbreviato e condannati a pene comprese tra 3 anni e 4 anni e 8 mesi, per un totale complessivo di 35 anni di reclusione. Subito dopo i disordini, nei verbali comparvero le parole dei ragazzi: materassi sporchi, assenza di armadi, televisori rotti, detenuti costretti a dormire a terra. «La rivolta è scoppiata anche per il caldo», dissero. In quei giorni il numero dei reclusi aveva superato la capienza massima dell’istituto. Ma secondo il collegio quella notte non prese forma una rivendicazione precisa. Il direttore del carcere ha riferito di non aver individuato alcun punto specifico su cui aprire una trattativa. Ciò che si consumò fu, scrivono i giudici, una «nichilistica e sistematica distruzione» di tutto ciò che veniva incontrato lungo il percorso: celle, uffici, aule e palestra devastati, incendi appiccati in più zone dell’edificio di corso Unione Sovietica, arredi trasformati in spranghe. Una decina di detenuti agì «in modo coalizzato e compatto», mentre una ventina partecipò agli incendi. I video vennero girati e pubblicati in tempo reale su TikTok e altri social network. Per i magistrati, l’azione rispondeva alla volontà di esaltare un «modello alternativo alla legalità», in un clima di «euforizzante autocelebrazione» e aperta ribellione alle regole interne e alle autorità. Quanto al minorenne ritenuto responsabile del ferimento di Mauro Glorioso, i giudici riconoscono un atteggiamento «almeno parzialmente ammissivo» sulla partecipazione ai fatti, interpretato come un primo segnale di consapevolezza. Restano però le numerose sanzioni disciplinari accumulate in carcere, che fanno ritenere «ancora molto lunga» la strada verso la risocializzazione. Una relazione del penitenziario di Catanzaro lo descrive come «mite, ragionevole, collaborativo», ma anche «estremamente manipolabile», incline a dare grande importanza ai legami di amicizia anche di fronte a proposte palesemente illecite.

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