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25 Febbraio 2026 - 23:55
L'innalzamento degli oceani rappresenta oggi una delle sfide più critiche legate al riscaldamento del pianeta, alimentata in modo diretto dalle emissioni di gas serra prodotte dalle attività dell'uomo. Le rilevazioni satellitari della NASA indicano che, dal 1993 a oggi, le acque globali sono cresciute di poco più di 10 centimetri. Sebbene possa sembrare una cifra contenuta, il dato allarmante riguarda la velocità del fenomeno: il ritmo di crescita è infatti raddoppiato in soli trent'anni, passando dai 2,1 millimetri annui del 1993 ai 4,5 millimetri registrati nel 2023.
Secondo le analisi dell'agenzia aerospaziale americana, questo innalzamento è generato da tre processi principali. La fusione dei ghiacci: l'aumento delle temperature atmosferiche accelera lo scioglimento delle calotte polari (Groenlandia e Antartide) e dei ghiacciai montani, riversando enormi volumi d'acqua negli oceani. La dilatazione termica: poiché gli oceani assorbono la maggior parte del calore in eccesso generato dall'effetto serra, l'acqua si scalda e, per proprietà fisica, aumenta di volume. Le attività umane dirette: fattori come la costruzione di dighe o il pompaggio intensivo delle falde acquifere modificano il ciclo naturale dell'acqua verso il mare.
Dall'era preindustriale, la temperatura globale è salita di circa 1,1/1,2 °C, con un'accelerazione decisa a partire dal 1975. Questo surriscaldamento mette a dura prova le riserve di ghiaccio: la Groenlandia perde circa 263 miliardi di tonnellate di massa ogni anno, mentre l'Antartide ne perde circa 133 miliardi. Un punto di rottura critico è rappresentato dal ghiacciaio Thwaites (noto come "dell'Apocalisse"): il suo scioglimento totale potrebbe, da solo, innalzare i mari di oltre tre metri nei secoli a venire.
L'innalzamento del livello del mare non colpisce ogni costa nello stesso modo; il fenomeno è influenzato da correnti oceaniche, erosione e movimenti del suolo. L'Oceano Pacifico e Indiano sono le aree più esposte. Nel Pacifico occidentale l'aumento è triplo rispetto alla media globale (fino a 10 mm l'anno). Nazioni come le Maldive, le Isole Marshall o Tuvalu rischiano la sommersione totale, tanto che alle Maldive si ipotizza la costruzione di isole artificiali rialzate.
Nel Mar Baltico si registra la crescita più rapida del continente (4,8 mm/anno). Nel Mediterraneo orientale l'aumento è tra i 6 e gli 8 centimetri, mentre nel Delta del Nilo il fenomeno è aggravato dallo sprofondamento del terreno (subsidenza).
Lungo la costa atlantica e in Florida, i cambiamenti nella Corrente del Golfo e l'abbassamento del suolo hanno portato a innalzamenti fino a 16 centimetri negli ultimi vent'anni.
Paradossalmente, in Groenlandia il mare è destinato ad abbassarsi (fino a 4 metri). La fusione dei ghiacci alleggerisce infatti il peso sulla crosta terrestre, che di conseguenza si solleva, facendo "arretrare" l'acqua.
Se le proiezioni peggiori dovessero avverarsi (superando i 3 metri di innalzamento), ampie porzioni del territorio italiano finirebbero sommerse. Le zone più vulnerabili sono l'Alto Adriatico (Veneto ed Emilia-Romagna), ma il rischio si estende alle coste di Lazio (Pianura Pontina), Toscana, Campania, Puglia e alle grandi isole.
Le previsioni per i prossimi anni delineano un quadro di estrema urgenza. Entro il 2050 si prevede un ulteriore innalzamento di 10-25 centimetri, ormai inevitabile a causa del calore già accumulato. Entro il 2100 il mare potrebbe salire di 60 centimetri in uno scenario moderato, o toccare 1 metro in caso di mancata riduzione delle emissioni.
Nonostante gli sforzi, la comunità scientifica concorda: l'innalzamento è un processo già avviato che possiamo solo tentare di rallentare per evitare conseguenze irreversibili sulla geografia delle nostre civiltà costiere.
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