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Il caso

Combattere i mostri della dipendenza imparando a prendersi cura di un cane

A Nichelino, comune nel Torinese, gli utenti di una comunità scelgono di mettersi in gioco

Combattere i mostri della dipendenza Imparando a prendersi cura di un cane

lla fine qualcuno ha pianto. Non per quello che mancava, ma per quello che stava finendo. È terminato così “Dipende da te”, il progetto di pet therapy promosso dall’assessorato alle Politiche Animali del Comune di Nichelino insieme all’associazione Paw Therapy, entrato per dieci incontri dentro la comunità Nikodemo, dove vivono persone alle prese con fragilità legate alla dipendenza da alcol e sostanze. Quindici utenti, tra i 28 e i 62 anni, hanno partecipato a un percorso diverso dal solito. Nessuna lezione frontale, nessuna teoria. Solo relazione, responsabilità e presenza. In mezzo a loro Aron, border collie di 10 anni, ex campione sportivo costretto a lasciare le competizioni dopo un infortunio. E poi Aaron, un golden retriever, compagno silenzioso di un secondo percorso più emotivo.  La pet therapy, oggi più correttamente chiamata Interventi Assistiti con gli Animali (IAA), è un approccio terapeutico ed educativo che utilizza la relazione tra persone e animali per migliorare il benessere fisico, psicologico, emotivo e sociale. Non si tratta semplicemente di stare con un animale, ma di attività strutturate e seguite da professionisti - educatori, psicologi, operatori sanitari ed esperti cinofili - con obiettivi precisi. L’idea era semplice: imparare a prendersi cura di un animale per tornare, lentamente, a prendersi cura di sé. «Ci ha fatto proprio bene, anche solo vedere un cane», racconta uno dei partecipanti. Alla fine del progetto, tra gli ospiti della Nikodemo, la sensazione era doppia: felicità per ciò che era stato costruito e dispiacere per la conclusione. «Pensare che prima nemmeno mi piacevano molto i cani», confessa uno di loro. Un altro aggiunge: «Non ho mai visto nulla del genere in nessuna comunità dove sono stato». C’è anche chi durante gli incontri - e soprattutto all’ultimo saluto - non è riuscito a trattenere le lacrime. Per qualcuno Aron ha riaperto il ricordo del proprio cane, perduto insieme a pezzi di vita lasciati indietro. Uno stimolo per guarire? Forse. Di certo qualcosa si è mosso. Il progetto, spiega l’assessore alle Politiche Animali di Nichelino Fiodor Verzola, nasceva da una scelta precisa: «Abbiamo voluto fortemente portarlo dentro una comunità, tra quelli che spesso la società considera gli ultimi». Una scommessa che oggi viene definita vinta e che potrebbe non fermarsi qui. «Stiamo lavorando per capire come proseguire», dice l’assessore, senza anticipare i prossimi passi. Anche per chi il progetto lo ha costruito giorno dopo giorno, il risultato è andato oltre le aspettative. Gianluca De Maria, di Paw Therapy, parla di un coinvolgimento crescente. «Ci aspettavamo un percorso emotivamente forte, ma il legame che si è creato con i cani è stato superiore a ogni previsione». Due i percorsi sviluppati. Con Aron, attività ludiche e dinamiche legate al treibball, disciplina in cui i cani spingono grandi sfere da fitness: competenze costruite insieme ai ragazzi, andando oltre il semplice utilizzo del cibo come ricompensa. «Era una metafora perfetta - spiega De Maria - per lavorare sulle dipendenze e sulla possibilità di liberarsene». Con il golden retriever, invece, il lavoro è stato più profondo e sensoriale: esperienze tattili, esercizi di fiducia, simulazioni di conduzione per non vedenti con i partecipanti bendati. Affidarsi, lasciarsi guidare. Un dettaglio racconta forse meglio di tutti cosa sia successo in quelle settimane. Gli incontri dovevano durare un’ora. Non sono mai finiti prima di un’ora e mezza. E durante la pausa prevista per fumare, nessuno usciva. «Avevamo pensato al cane come strumento per catturare l’attenzione - racconta De Maria - invece è diventato un veicolo emotivo. Attraverso lui si sono messi in gioco davvero». 

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