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Il caso
02 Marzo 2026 - 15:30
Una decisione destinata a segnare un precedente nel panorama dell’attivismo ambientale internazionale. Un tribunale distrettuale del North Dakota ha stabilito che Greenpeace e la sua divisione statunitense dovranno versare 345 milioni di dollari alla compagnia petrolifera Energy Transfer.
Al centro della controversia vi sono le proteste contro il progetto dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, infrastruttura energetica che negli anni scorsi ha acceso un acceso scontro tra industria fossile e movimenti ambientalisti.
Secondo l’organizzazione, la causa rappresenterebbe un tentativo di mettere a tacere le critiche verso le aziende accusate di provocare danni ambientali. I legali di Greenpeace hanno ribadito che la libertà di parola, garantita dalla Costituzione degli Stati Uniti, tutela il diritto di denunciare attività ritenute dannose per l’ambiente e per le comunità locali.
L’importo stabilito dal tribunale costituisce un onere economico enorme e potrebbe avere conseguenze pesanti sui conti dell’organizzazione negli Stati Uniti, fino a ipotizzare un concreto rischio di insolvenza.
Greenpeace ha però già annunciato che presenterà appello, chiedendo un nuovo processo e, se necessario, rivolgendosi alla Corte Suprema del North Dakota.
Il contenzioso nasce dalle mobilitazioni del 2016-2017 nella riserva di Standing Rock Indian Reservation, dove le comunità Sioux si erano opposte al passaggio dell’oleodotto autorizzato durante la prima amministrazione di Donald Trump.
Le manifestazioni, che avevano attirato l’attenzione internazionale e la partecipazione di personalità come Leonardo DiCaprio, avevano provocato ritardi nei lavori. Per sgomberare i presidi, le forze dell’ordine erano intervenute con lacrimogeni e cannoni ad acqua.
Energy Transfer sostiene che Greenpeace avrebbe avuto un ruolo diretto nell’organizzazione delle proteste, arrivando — secondo l’accusa — a finanziare attivisti e fornire attrezzature utilizzate durante le azioni dimostrative. Tra i capi di imputazione figurano diffamazione, violazione della proprietà privata e danneggiamenti.
L’organizzazione respinge ogni addebito e parla di azione intimidatoria, sottolineando che una precedente causa era stata archiviata nel 2019, mentre questo procedimento è proseguito fino alla recente sentenza.
La vicenda si inserisce nel più ampio confronto tra industria petrolifera e movimenti per il clima. L’esito del ricorso potrebbe incidere sui confini tra diritto alla protesta, responsabilità civile e tutela delle imprese, con possibili ripercussioni su tutto il dibattito globale legato alla crisi climatica.
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