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CRONACA GIUDIZIARIA

Tragedia di via Nizza, Zippo in tribunale: in aula le urla "criminale"

Una palazzina sventrata, un morto, feriti, quindici famiglie ancora senza casa

Tragedia di via Nizza, Zippo in tribunale: in aula le urla "criminale"

L’urlo rimbalza sulle pareti dell’aula: «Criminale». Giovanni Zippo non si gira. Le guardie lo stanno accompagnando fuori per una pausa, lui tiene lo sguardo basso, attraversa il corridoio come se fosse un altro corridoio qualsiasi. È il 3 marzo, tribunale di Torino. Comincia il processo per l’esplosione di via Nizza 389, 30 giugno 2025. Una palazzina sventrata, un morto, feriti, quindici famiglie ancora senza casa. La prossima udienza sarà il 10 marzo. Zippo ha 41 anni, rischia l’ergastolo. Le accuse sono pesanti: omicidio volontario, disastro colposo, lesioni personali. In prima fila ascolta, immobile. Non parla. Lo difende l’avvocato Basilio Foti. Alle sue spalle siedono le parti civili: i familiari di Jacopo Peretti, 33 anni, che in quel palazzo viveva e non è sopravvissuto; i residenti degli appartamenti devastati; i rappresentanti dei condomìni. Una fila composta, tesa. Ognuno con una storia che si è fermata quella notte. In aula ci sono anche i familiari dell’imputato. Non c’è la donna con cui aveva una relazione e che abitava nell’alloggio da cui, secondo l’accusa, partì l’incendio. Non si è costituita parte civile. Un’assenza che pesa quanto le presenze. La mattinata scorre tra eccezioni e richieste. Alcune parti civili chiedono che venga chiamata in causa come responsabile civile SecurItalia, la società di vigilanza per cui Zippo lavorava come guardia giurata. L’idea è chiara: garantire un eventuale risarcimento in caso di condanna. Ma la richiesta viene respinta. La procura, rappresentata dalla sostituta Chiara Canepa con l’aggiunto Emilio Gatti, sostiene che quel gesto non abbia nulla a che fare con il lavoro. Niente divisa, niente turno, niente servizio. Una scelta privata, maturata altrove. I giudici accolgono questa linea.

La ricostruzione investigativa parla di una vendetta sentimentale. Zippo avrebbe fatto esplodere la palazzina per colpire la donna con cui aveva una relazione tormentata. Lei quella notte non c’era, era in vacanza. Dentro, però, c’erano gli altri. L’esplosione li ha travolti. Feriti gravi, ustioni, macerie. E Jacopo Peretti che non ce l’ha fatta. Dopo lo scoppio, la fuga. E quei messaggi inviati all’amante, parole intercettate dagli investigatori, mezze frasi, ambiguità. Anche lui era rimasto ustionato. I segni sul corpo, le tensioni note in famiglia: sarebbero stati i suoi stessi parenti a capire, a metterlo davanti all’evidenza, a convincerlo ad ammettere. Ora dice di essere pentito. Dice che voleva «dare una lezione», non uccidere. È una linea sottile, quasi invisibile, tra intenzione e conseguenza. In mezzo ci sono quindici famiglie che aspettano di rientrare a casa e una città che quella notte ha sentito tremare i vetri.

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