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IL FATTO

Lavoro in Piemonte: aumentano i posti, ma non bastano per tutti. Allarme giovani

Nel 2025 balzo del turismo e dell'edilizia, ma l'industria perde il 3,7%. Allarme per i giovani: un ragazzo su cinque è senza impiego

Lavoro senza fine: l'impatto delle tecnologie sulle giornate di lavoro infinite

Un mercato del lavoro a due velocità quello che emerge dai dati di Unioncamere Piemonte per il 2025. Nonostante il numero medio di occupati sia salito a 1 milione e 863mila unità (+9mila rispetto al 2024), la nostra regione deve fare i conti con una risalita della disoccupazione, ora attestata al 6%. A preoccupare maggiormente è il divario tra chi cerca e chi offre lavoro: il 46,5% delle imprese dichiara infatti di non riuscire a trovare candidati idonei.

Il traino dell'occupazione nell'ultimo anno è arrivato dal turismo (+6,2%) e dalle costruzioni (+4,1%), settori che hanno compensato la brusca frenata dell'industria (-3,7%). Un dato significativo riguarda la qualità del lavoro: cresce l'impiego a tempo pieno (+2,3%), mentre crolla il part-time (-9,7%), segno di una polarizzazione dei contratti. Anche il titolo di studio fa la differenza: i diplomati sono i più richiesti (+2,3%), mentre calano drasticamente le opportunità per chi non ha qualifiche.

Il "tallone d'Achille" del sistema piemontese resta la condizione dei giovani tra i 15 e i 24 anni: il tasso di disoccupazione è schizzato al 19,3%, un valore molto distante dalla media europea del 15%. Anche le donne continuano a soffrire maggiormente, con un tasso di disoccupazione del 6,8% contro il 5,4% degli uomini. Secondo Massimiliano Cipolletta, vicepresidente di Unioncamere Piemonte, la priorità assoluta deve essere l'investimento sulle competenze per colmare il disallineamento della domanda.

Previsioni per la primavera 2026: Le prospettive per i prossimi mesi non sono incoraggianti. Per marzo 2026 si prevede un calo delle assunzioni programmate (circa 27.490 contratti) rispetto allo scorso anno. La domanda si concentrerà per il 65% sui servizi, confermando la transizione del tessuto economico verso il terziario, a scapito della storica vocazione manifatturiera.

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