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Il caso
21 Marzo 2026 - 09:50
Sei minuti dopo il tonfo, parte la richiesta di aiuto. È questo scarto temporale, cristallizzato negli atti, a segnare la svolta nell’inchiesta sulla morte di Riccardo, cinque mesi, avvenuta il 21 febbraio nella villetta di Pessione, frazione di Chieri. Un intervallo che per la procura non è neutro e che oggi pesa nella riqualificazione del reato: omicidio volontario. Non più incidente domestico, dunque. Né un malore improvviso seguito da una caduta accidentale. L’indagine coordinata dalla pm Alessandra Provazza cambia direzione dopo l’analisi del telefono cellulare della madre, sequestrato poche ore dopo i fatti dai carabinieri della compagnia di Chieri, guidati dal maggiore Massimiliano Monaco. È nelle conversazioni e nelle chiamate precedenti all’allerta dei soccorsi che gli investigatori collocano elementi ritenuti incompatibili con la versione iniziale. Il contenuto dei messaggi resta coperto da riserbo, ma la sequenza temporale è agli atti: contatti con familiari e con il papà, prima della telefonata ai sanitari, mentre il bambino, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe già in condizioni critiche. Solo dopo, la chiamata al 118. A questo si aggiunge un video acquisito dagli inquirenti. Le immagini, filtrate da una porta a vetri, non riprendono la caduta ma restituiscono frammenti: una figura che sale e scende le scale più volte, una luce che si accende e si spegne, una torcia lasciata sui gradini. L’audio registra un tonfo, poi la voce della donna che invita l’altro figlio a non avvicinarsi. Il bambino più grande, attirato dal rumore, avrebbe tentato di entrare. Elementi che, nel loro insieme, incrinano la linearità del racconto difensivo. La madre, assistita dall’avvocato Roberto Macchia, ha sempre parlato di un malore: perdita di conoscenza mentre teneva in braccio il figlio, la caduta lungo la scala, il risveglio con il piccolo sotto di sé. «Sono svenuta in casa», ha ribadito. Una versione che ora si confronta con un dato ritenuto centrale: quei sei minuti tra il tonfo e la richiesta di soccorso. Un vuoto operativo, secondo chi indaga. Quando i sanitari arrivano, alle 9.55, è il personale del 118 a spostare il bambino sul tavolo della cucina e ad avviare le manovre di rianimazione. Sul piano medico-legale, restano margini di incertezza. L’autopsia non ha definito in modo conclusivo la dinamica: si ipotizza una caduta da circa due metri, compatibile con la scala dell’abitazione, ma senza un punto di origine certo né una sequenza univoca degli eventi. Anche la causa della morte resta sospesa tra l’impatto e possibili ulteriori fattori. Gli inquirenti stanno inoltre valutando le condizioni della donna, seguita da uno psichiatra e sottoposta a terapia farmacologica. Dopo la nascita del secondo figlio, secondo alcune testimonianze, non attraversava un periodo semplice. Un elemento acquisito, ma che non ha valore dirimente. La difesa invita alla cautela. L’avvocato Macchia parla di una donna «frastornata», in stato di confusione, e sottolinea di non avere ancora piena conoscenza degli atti che hanno portato alla modifica dell’imputazione. Il figlio maggiore è stato affidato ai nonni, mentre il tribunale per i minorenni ha nominato una curatrice a sua tutela. Riccardo Lucà, alla sua morte, è diventato donatore: la famiglia ha autorizzato l’espianto degli organi.
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