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Il fatto
21 Marzo 2026 - 11:45
Tra Napoli e la sua provincia si è sviluppato nelle ultime settimane un aumento significativo dei casi di epatite A, con circa duecento contagi già individuati e una tendenza destinata a crescere a causa del lungo periodo di incubazione del virus. L’origine del focolaio non è ancora stata definita con assoluta certezza, ma diversi elementi indicano una possibile connessione con alimenti contaminati, in particolare i molluschi bivalvi.
Il virus dell’epatite A si trasmette principalmente attraverso la via oro-fecale, cioè tramite ingestione di acqua o cibo contaminati da materiale fecale infetto. In questo contesto, alcuni alimenti risultano più esposti di altri, soprattutto quelli che entrano in contatto diretto con l’acqua e che hanno la capacità di filtrarla. È il caso di cozze, ostriche e altri frutti di mare, che per loro natura possono accumulare eventuali agenti patogeni presenti nell’ambiente in cui crescono.
Le prime evidenze della contaminazione sono emerse a fine gennaio 2026 in alcune aree dell’area flegrea, tra cui Bacoli, Varcaturo e Nisida. Su circa 150 campioni analizzati, una parte è risultata positiva alla presenza del virus, con una prevalenza significativa nelle cozze e un caso rilevato anche in un’ostrica. Questo dato suggerisce che il fenomeno fosse già in corso da tempo prima della sua individuazione ufficiale.
Tra le ipotesi al vaglio per spiegare l’origine della contaminazione vi è quella delle cosiddette “scolmate”, ovvero scarichi di acque reflue non adeguatamente depurate che possono riversarsi direttamente in mare. Se confermata, questa dinamica potrebbe aver contribuito a contaminare gli specchi d’acqua utilizzati per l’allevamento dei molluschi. Le autorità competenti stanno comunque ancora lavorando per ricostruire con precisione la catena dei contagi e individuare la causa primaria del focolaio.
Parallelamente, i primi casi clinici hanno iniziato a presentarsi nei principali ospedali della zona, tra cui l’Ospedale Cotugno e l’Ospedale Cardarelli, segnando il momento in cui l’infezione ha iniziato a diffondersi in modo più evidente nella popolazione. In risposta, il sistema sanitario ha attivato le procedure di sorveglianza epidemiologica.
Un passaggio decisivo è avvenuto a metà febbraio, quando la presenza del virus è stata confermata ufficialmente. Subito dopo, l’ASL Napoli 2 Nord ha disposto misure restrittive che hanno incluso il divieto di raccolta dei molluschi in specifiche aree risultate contaminate, coinvolgendo istituzioni locali e regionali come la Regione Campania e l’ARPAC, oltre ad altri enti preposti al controllo sanitario e ambientale.
Nel frattempo sono stati intensificati i controlli lungo tutta la filiera ittica e sono stati avviati monitoraggi più stringenti sia nei luoghi di produzione sia nei punti di vendita. Anche i NAS Carabinieri sono stati coinvolti nelle verifiche, mentre diversi comuni hanno introdotto ordinanze cautelative che vietano il consumo di molluschi crudi per ridurre il rischio di ulteriori contagi.
L’impatto dell’allerta si è fatto sentire anche sul piano economico e sociale. Molti ristoranti di pesce hanno registrato un calo improvviso delle prenotazioni, con una diminuzione della domanda che ha coinvolto non solo i molluschi ma l’intero comparto ittico. La percezione del rischio ha infatti influenzato i comportamenti dei consumatori, generando un clima di cautela diffusa.
In risposta all’emergenza, le istituzioni sanitarie regionali hanno inoltre avviato un potenziamento della vaccinazione contro l’epatite A, rivolto in particolare alle categorie più esposte, con l’obiettivo di contenere la diffusione del virus e prevenire nuovi casi nelle prossime settimane.
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