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CRONACA GIUDIZIARIA
02 Aprile 2026 - 07:05
La Cassazione mette il punto finale a un caso di pedopornografia iniziato cinque anni fa: confermata la condanna per un uomo torinese, quasi tre anni di carcere. E dietro la sentenza resta un copione ormai noto, fatto di chat, identità inventate e confini superati dietro lo schermo di uno smartphone. Tutto nasce da un contatto online. Un profilo che si presenta come quello di un ragazzo coetaneo, un nome diverso, una realtà costruita ad arte. La conversazione si accende in fretta: messaggi frequenti, toni affettuosi, complimenti insistenti. È una progressione graduale, quasi invisibile. Poi la richiesta che cambia la natura dello scambio: una foto intima. La giovane la invia. Quando gli investigatori ricostruiscono il quadro, lo scenario è più ampio. Sul tablet dell’imputato emergono oltre 1700 file tra immagini e video a contenuto pedopornografico. Un archivio che pesa in maniera decisiva nel procedimento. Secondo quanto emerso, parte di quel materiale viaggiava anche su Telegram, dentro circuiti di scambio tra utenti, dove le minorenni diventano contenuti da catalogare e condividere. Nel fascicolo entra anche un’altra ragazza, minorenne, residente fuori regione. Con lei il registro si fa più duro: alle lusinghe si aggiungono le minacce. Un salto di tono che rafforza l’impianto accusatorio. A denunciare sono le famiglie. Da lì si apre il percorso giudiziario. Nel 2024 arriva la condanna in primo grado: cinque anni di reclusione e una multa da 24 mila euro. L’anno successivo la Corte d’Appello riduce la pena a due anni e dieci mesi, con una sanzione da 10 mila euro, riconoscendo l’attenuante della minore gravità legata alla tipologia dell’immagine inviata, il seno, considerato organo sessuale secondario. Il passaggio finale è in Cassazione. Il ricorso viene dichiarato inammissibile. La sentenza d’appello diventa definitiva. «È un fenomeno molto diffuso ed è una forma di violenza contro le donne», osserva l’avvocato della ragazza, Davide Arri. «Online si costruiscono relazioni che sembrano reali, ma sono inganni».
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