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CRONACA GIUDIZIARIA

«Per la rivolta al Ferrante Aporti colpevoli ma di un altro reato»

La Corte d’Appello dei Minori non applica il reato introdotto da Nordio

«Per la rivolta al Ferrante Aporti colpevoli ma di un altro reato»

La polemica arriva già dalla sentenza di primo grado, e da lì non si è più spenta. È l’agosto 2024 quando il Ferrante Aporti, carcere minorile di Torino, viene travolto da una rivolta che lascia dietro di sé un istituto a pezzi. Celle danneggiate, spazi distrutti.
A processo finiscono in 10, indicati come i presunti promotori della sommossa: due italiani e otto stranieri, tutti nati tra il 2006 e il 2008. Nove scelgono il rito abbreviato: vengono condannati. Ieri le pene vengono confermate in appello dalla sezione minorenni della Corte. Le condanne oscillano tra i tre anni e due mesi e i quattro anni e sei mesi.

È però sul primo verdetto che si apre la frattura più forte. Il giudice infatti si ritira per ore. Poi, a mezzanotte meno dieci, la sentenza. Le condanne, appunto. Un orario che, secondo le difese, diventa subito terreno di contestazione: allo scoccare della mezzanotte, infatti, sarebbero potute decadere le misure cautelari. «Si trattava di minorenni, una decisione così delicata meritava maggiore ponderazione», è la critica sollevata. Anche la Camera Penale Vittorio Chiusano si espresse con una nota, sempre sul tema.
Tra i difensori c’è l’avvocato Cristian Scaramozzino, legale di uno dei due ragazzi italiani coinvolti. Già prima della sentenza di primo grado aveva chiesto una riqualificazione del reato alla luce della normativa introdotta nel 2025 dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con l’inserimento dell’articolo 415-bis, il reato di rivolta carceraria. Una fattispecie che punisce condotte violente, minacciose o di resistenza - anche passiva - agli ordini, oltre ai tentativi di evasione, con pene da due a otto anni.
Per il tribunale, però, resta ferma l’impostazione originaria: devastazione e saccheggio. Raggiunto al termine dell’udienza, Scaramozzino non nasconde le sue perplessità: «Non è stata applicata una norma del codice penale che prevede esattamente la fattispecie che si è verificata nel caso concreto» afferma il legale. «Una rivolta penitenziaria è stata ricondotta a devastazione e saccheggio». Il suo assistito, uno dei due giovani italiani, è stato condannato a quattro anni e sei mesi. Ha raccontato quella notte come «un momento di disperazione». Le condizioni interne dell’istituto, in quei mesi, erano già al centro delle cronache: sovraffollamento, tensioni, una situazione definita da più parti critica. «La struttura, secondo il mio assistito, versava in una condizione di in vivibilità». Ora si attende il deposito delle motivazioni della Corte d’Appello. «Il ragionamento giuridico, ad oggi, appare inaccettabile», conclude Scaramozzino.

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